Carlo Ossola
Credits: Collège de France

Formazione

UNA LEZIONE DANTESCA DI CARLO OSSOLA

L’Università di Trento ospita il filologo e critico letterario nell’ambito della convenzione con il Collège de France

6 giugno 2014
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di Daniela Mariani
Dottoranda in Studi Umanistici (Studi letterari e linguistici) presso l'Università di Trento.

Ormai da tre anni la convenzione fra l’Università di Trento e il Collège de France permette a docenti dell’istituzione parigina di tenere cicli di lezioni o conferenze presso vari dipartimenti del nostro ateneo. Presso il Dipartimento (e prima Facoltà) di Lettere e Filosofia sono stati ospiti l’archeologo John Scheid (2012), il medievista e filologo Michel Zink (2013) e, il 7 maggio scorso, Carlo Ossola. Ossola occupa al Collège la cattedra di Letterature moderne dell’Europa neolatina e, fra le molteplici attività culturali e organizzative che svolge, è anche direttore dell’Istituto di Studi italiani dell’Università della Svizzera Italiana. Si è formato alla grande scuola di italianistica di Giovanni Getto a Torino ed è oggi considerato uno dei più autorevoli e brillanti teorici della letteratura e storici delle idee. Tra le sue numerose pubblicazioni, che riguardano le maggiori letterature europee e spaziano dal medioevo ai giorni nostri, ricordiamo in questa sede solo la nuova edizione aggiornata e notevolmente accresciuta della sua prima importante monografia, Autunno del Rinascimento, appena uscita presso l’editore Olsckhi.

Nella sua lezione Bernardum lactatum a Virgine fuisse, Ossola ha proposto un suo attuale «cantiere di lavoro» in materia dantesca. In particolare, ha esaminato il ruolo di guida che san Bernardo svolge negli ultimi canti del Paradiso, contro la generale sottovalutazione della critica attenta invece solo a Virgilio e Beatrice. La premessa fondatrice della sua analisi è stata quindi «la struttura di reciprocità che lega Dante alle sue guide» e che porta ad aspettarsi non solo una direzione spirituale, ma anche un’influenza letteraria e formale del santo sul poeta, parallela a quella, riconosciuta in tutti i commenti, esercitata da Virgilio.
Un’altra premessa indispensabile per lo sviluppo della lezione ha riguardato una possibile fonte di Dante e come essa sia stata il modello per un certo tipo di procedimento allegorico presente nella Commedia. Ossola ha infatti sottolineato come in Dante non sia presente solo la spiritualizzazione della lettera delle Scritture (legata alla Scolastica), ma anche un secondo tipo di procedimento, inteso a dar corpo e concretezza all’allegoria: citando Paradiso XXIV 91-96, egli ha dimostrato come il ragionamento filosofico per Dante sia successivo alle cuoia (cioè ai libri) della storia e della materialità. Il concetto di corpus litterae rinvia all’opera del teologo Beato di Liébana, che fu celeberrima nel Medioevo ed è stata riportata alla nostra attenzione una quarantina di anni fa da Umberto Eco. La serie di occorrenze citate dallo studioso e anche la processione apocalittica descritta nel Purgatorio attesterebbero la conoscenza di tale opera da parte di Dante e l’influenza anche teorica che essa ha avuto sul poeta.

La carnalità dell’allegoria, l’aderenza alla lettera del testo sono dunque le linee interpretative da seguire per una corretta valutazione dell’influenza letteraria di Bernardo su Dante. Nello specifico, è la reiterata immagine del fantolin riferita al poeta stesso nel Paradiso che può essere interpretata a partire dal modello bernardiano. La domanda che ha guidato la seconda parte della conferenza è quindi stata: «C’è una “lettera” bernardiana che autorizza Dante?». La risposta proviene dalla leggenda, diffusasi nello stesso periodo della stesura del Paradiso, del miracolo dell’allattamento di Bernardo da parte della Vergine: il latte ricevuto dalle mammelle di Nostra Signora avrebbe permesso al santo di acquisire la scienza spirituale delle Scritture. Dante allora, come Bernardo, si presenta come un fantolin reso degno di conoscere i più grandi misteri, fino a godere della visione diretta di Dio. L’aderenza alla lettera delle parole poetiche fa sì che l’immagine dell’infante sia concreta come quella del miracolo, secondo quanto dimostra una serie di altre occorrenze, citate da Ossola, che insistono sull’allattamento, la gravidanza e l’infanzia; fra cui Paradiso XXI 83-87: «Luce divina sopra me s’appunta, / penetrando per questa in ch’io m’inventro, / la cui virtù, col mio veder congiunta, / mi leva sopra me tanto, ch’io veggio / la somma essenza de la quale è munta».

L’importanza del corpus litterae si accorda non solo con la leggenda del miracolo, ma anche con la specificità della teologia cistercense che, oltre a essere profondamente mariana, è anche – e proprio per questo – particolarmente attenta al tema dell’Incarnazione divina, alla concretezza fisica di quel Volto con il quale termina la visione dantesca al culmine del Paradiso.
Bernardo permette così a Dante di giungere al termine del suo viaggio, ma anche di riuscire umanamente a esprimerlo, guidandolo tanto nell’esperienza spirituale che in quella poetica.