Giorgio Vasta durante l'incontro del 16 febbraio (foto archivio UniTrento)

Formazione

IL CARATTERE DELLA LETTERATURA

Un incontro del Seminario Internazionale sul Romanzo

2 marzo 2017
Versione stampabile
di Walter Nardon
Responsabile Seminario Internazionale sul Romanzo (SIR-Scuola)

Dal momento che la letteratura è la stampella a cui mi appoggio, lo strumento con cui affronto gli ostacoli che incontro sulla mia strada, quale carattere posso riconoscerle? Deve tener conto della mia precarietà, della dismisura fra le mie aspirazioni e i limiti della circostanza in cui mi trovo a vivere, ma deve anche saper cogliere in un inciampo la possibilità di una soluzione inedita, di un’esistenza diversa. Deve trasformare una comprensione imperfetta in un’opportunità di conoscenza della materia, in un processo di nominazione che non è mai definitivo e che coincide con l’irripetibilità di un punto di vista, quello del personaggio o più propriamente quello che esprimo nel testo. Se consideriamo la letteratura non come un’entità astratta – l’oggetto di riflessione teorica di tanta critica novecentesca – ma come una pratica quotidiana attraverso la quale raccontiamo ciò che ci scorre davanti, dobbiamo esigere da questo strumento un’impareggiabile duttilità e insieme una forza plastica prepotente. La scommessa è tutta qui: rendere memorabile un’incertezza, un’esitazione improvvisa. Cogliere l’imprevisto nell’azione più reiterata ed elementare.

Nell’incontro del Seminario Internazionale sul Romanzo di giovedì 16 febbraio 2017 presso il Liceo scientifico “Leonardo da Vinci” di Trento, Giorgio Vasta richiamava alla mente un passo dai “Diari” di Kafka in cui un padre cerca di tagliare una forma di pane che si piega, resiste, tanto che il coltello non riesce a scalfirne la crosta. Davanti allo sguardo interrogativo dei figli il padre li guarda con sorpresa, come se non avessero ancora capito che di norma nella vita è più facile che una cosa non riesca, e non che riesca. 

C’è qualcosa di profondamente umano – e certo, anche di enigmatico – nell’azione mancata del padre, che rinvia agli interrogativi inesauribili del mondo di Kafka; ma la conoscenza dei limiti dell’azione umana, che è un altro elemento centrale della pratica letteraria, può trovare anche espressioni più liete. In una lettera del 1759, citata sempre da Vasta, Denis Diderot scriveva all’amante Sophie Volland. Poiché si stava facendo buio, rimasto a corto di candele Diderot non riusciva neanche più a scorgere le parole sul foglio, così, sentendosi prossimo al momento in cui avrebbe interrotto il discorso – non privo di un’intenzione fin troppo spudoratamente dichiarata – concluse l'ultima frase: «Dove nulla ci sarà [intendendo, sulla carta] leggete che vi amo». Si scrive, dunque, a partire dalla coscienza di questi limiti.

Per chi l’ha scelta come espressione, la letteratura non è tanto uno strumento di misurazione raffinato come un sismografo, quanto un mezzo più umile e quotidiano, un paio di scarpe robuste, una corriera di linea. Il fatto che con questi mezzi comuni ci si proponga di indagare il segreto della materia può ancora dire qualcosa sulla fiducia che si attribuisce a una visione delle cose che si fa linguaggio e che naturalmente richiede una precisione non ordinaria perché gli ingranaggi della lingua richiedono un montaggio più accurato di quanto abitualmente si creda. 

In apertura del suo intervento, Vasta ha ricordato un altro aneddoto a suo modo esemplare. Uno scrittore francese dell’Ottocento aveva fatto incidere sul suo bastone da passeggio: «Distruggo ogni ostacolo che incontro». Kafka notava che sul proprio bastone avrebbe dovuto far incidere: «Ogni ostacolo che incontro mi distrugge». Che la nostra reazione sia l’una oppure l’altra, è chiaro che, oltre al carattere, va considerata attentamente anche la natura del bastone. Chi scrive non può passare la questione frettolosamente in giudicato, perché quel mezzo è tutto ciò che ha a disposizione: non lo può sostituire a piacere con qualcos’altro. D’altra parte, anche chi non scrive può interrogarsi sull’uso della lingua nelle proprie narrazioni quotidiane, mentre tenta di spiegare cosa sia successo in ufficio, cosa l’abbia trattenuto al punto da arrivare a casa con tale ritardo.

Il Seminario Internazionale sul Romanzo – SIR.IX 2016-2017 “La conoscenza romanzesca”, è organizzato dal Dipartimento di Lettere dell’Università degli Studi di Trento in collaborazione con cinque istituti scolastici della regione e con altri partner, nazionali e internazionali. Responsabili: Massimo Rizzante (responsabile scientifico), Walter Nardon (SIR-Scuola), Stefano Zangrando (SIR-Euregio). Giovedì 16 febbraio 2017 presso il Liceo Scientifico «Leonardo da Vinci» di Trento si è tenuto l’incontro con Giorgio Vasta (e Walter Nardon) “Come so le cose che so. Appunti su una precisa vaghezza.” Il programma completo dell’iniziativa, che si concluderà a maggio prossimo, è disponibile sul sito (www.unitn.it/sir).