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Formazione

LA COSTITUZIONE IN CARCERE: STRUMENTO DI INTEGRAZIONE?

La Facoltà di Giurisprudenza lancia un ciclo di incontri per i detenuti di Spini di Gardolo a Trento

21 marzo 2017
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di Carlo Casonato
Professore ordinario presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento.

“La Costituzione è come la Salerno-Reggio Calabria” ha risposto in modo asciutto uno degli studenti. “Per me invece è come la rete stesa sotto i trapezisti – ha ribattuto un altro – noi ogni tanto ci prendiamo dei rischi, troppi rischi. Se cadiamo, la rete sotto ci salva”. “La Costituzione dovrebbe essere la legge fondamentale della società. Ma in Italia non è solida, non dà punti di riferimento stabili: è come una palude”.

Queste sono solo alcune delle tante, significative immagini che gli studenti di una classe di diritto costituzionale hanno descritto per definire cos’ è per loro la Costituzione italiana. Sono immagini particolari, che richiamano esperienze e storie personali non comuni: la classe, infatti, è quella costituita da alcuni detenuti della casa circondariale di Spini di Gardolo.

Quest’anno, su iniziativa di Matilde Bellingieri, una studentessa della Facoltà, e Aaron Giazzon, un volontario, la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Trento ha stipulato una convenzione con l’associazione di volontariato APAS (Associazione Provinciale di Aiuto Sociale per i detenuti, gli ex-detenuti e le loro famiglie) con l’obiettivo di contribuire a rendere la pena, almeno in parte, un’occasione per acquisire maggiore consapevolezza sul fenomeno giuridico, a partire proprio dalla Costituzione. Non solo all’interno delle carceri, la Costituzione è considerata come un elenco di promesse che esistono solo sulla carta e che risultano in realtà tradite. Concetti come la pari dignità sociale (art. 3) o lo scopo rieducativo della pena (art. 27) sono in questo senso percepiti come una bella favola, ancora non realizzata a 70 anni dalla loro scrittura.

Questo profilo di mancata realizzazione o di vero e proprio tradimento è molto presente nella considerazione dei detenuti che hanno vissuto sulla loro pelle il lato più duro del diritto e che faticano a considerare la Costituzione come una fonte dei propri diritti. Eppure è stata proprio la Corte costituzionale, sulla base degli articoli della Costituzione, a riconoscere loro il diritto di impugnare davanti al giudice ogni provvedimento di ulteriore restrizione della libertà personale, come le perquisizioni, il diritto di essere informati attraverso la televisione, il diritto ad avere un difensore anche durante l’espiazione della pena, il diritto al riposo annuale retribuito in caso di lavoro e – appunto – il diritto all’istruzione anche di carattere universitario. 

Rendere la Costituzione uno strumento di integrazione e di reinserimento sociale non è facile né immediato. Il ciclo di incontri è iniziato ai primi di marzo e terminerà a fine maggio, con una cadenza settimanale in cui saranno trattati i temi relativi alla salute, all’eguaglianza, alla libertà personale, al lavoro e alla libertà religiosa. Si terminerà poi con un laboratorio sperimentale, in cui i detenuti saranno invitati a scrivere e discutere un testo costituzionale che tratti di quelli che sentono maggiormente come i loro diritti, ma anche dei relativi doveri. 

I volontari ed operatori di APAS coinvolti nel progetto “Da cosa partire per integrare: riflessione sulla Costituzione" sono Matilde Bellingeri, Aaron Giazzon, Roberta Lona. Gli incontri saranno tenuti dai docenti Lucia Busatta, Carlo Casonato, Emanuele Corn, Chiara Cristofolini, Barbara Marchetti, Simone Penasa, Riccardo Salomone, afferenti all’Università di Trento; Marta Tomasi della Libera Università di Bolzano e Stefano Paternoster, professore al Liceo Scientifico da Vinci.