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Formazione

GENERE E POLITICA DEI DIRITTI UMANI

Introduzione alla CEDAW, la Convenzione ONU contro le discriminazioni di genere

6 aprile 2017
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di Alessia Donà
professoressa del Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale e co-coordinatrice del Centro di Studi Interdisciplinari di Genere (CSG) presso l’Università di Trento.

Con la fine della seconda guerra mondiale, dopo che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani avevano portato ad atti di barbarie nei confronti di milioni di persone, la comunità internazionale riunita nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decise di adottare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), come ideale comune per la realizzazione di un mondo migliore. Sancire il principio per cui “gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti senza alcuna distinzione” è stato il motore per la presa di coscienza che nel mondo di fatto esistono disuguaglianze e dunque che solo alcuni individui o gruppi contano, mentre altri sono discriminati per ragioni di sesso, razza, religione, di ricchezza, o altra condizione. Da allora la progressiva costruzione di norme per la tutela dei diritti umani a livello internazionale (tramite nove convenzioni) e regionale (la Convenzione Europea per i diritti umani nel 1950, la Convenzione Interamericana per i diritti umani nel 1978, la Carta Africana dei diritti dell’uomo e dei popoli nel 1981) sancisce l’impegno effettivo a realizzare gli alti ideali di giustizia, eguaglianza e di rispetto della dignità umana. 

Alla condizione di esclusione vissuta dalle donne in molte parti del mondo, la comunità internazionale ha risposto adottando nel 1979 una convenzione avente l’obiettivo di realizzare la piena parità tra uomo e donna. Si tratta della Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women (CEDAW), entrata in vigore nel 1981 e attualmente ratificata da 189 paesi. La CEDAW costituisce il primo strumento legale che definisce la discriminazione contro le donne come una forma di violazione dei diritti umani. In essa (artt.7-16) sono identificati una serie di ambiti (tra cui l’istruzione, il mercato del lavoro, la politica, la sanità, il matrimonio) rispetto ai quali gli Stati-parte sono chiamati ad intervenire per rimuovere qualsiasi ostacolo “al godimento da parte delle donne dei diritti umani e delle libertà fondamentali nel settore politico, economico, sociale, culturale e civile, o in ogni altro settore”. 

La Convenzione mira dunque a modificare quelle leggi, consuetudini, stereotipi culturali e tradizioni religiose che giustificano le disuguaglianze di genere, e in generale a rimuovere le cause strutturali e sistematiche della discriminazione contro le donne presenti dentro gli Stati. A distanza di decenni dalla sua stesura, la CEDAW rimane uno strumento attuale per la capacità dinamica del testo di adattarsi al cambiamento dei tempi al fine di includere sotto la sua azione situazioni o fenomeni non previsti nelle norme originarie (tra cui la violenza contro le donne, la situazione di vulnerabilità delle donne migranti, o le questioni LGBTI). Una dinamica che ci ricorda - come scriveva Antonio Cassese - che i diritti umani sono “una galassia ideologico-normativa in rapida e costante espansione con l’obiettivo di accrescere la dignità delle persone”.
 
La novità di riconoscere la persona umana come soggetto dotato di diritti inviolabili all’interno del sistema internazionale ha significato per gli Stati il dover rendere conto dinanzi alla comunità internazionale di come essi proteggano e tutelino la dignità dei loro cittadini. In particolare, ogni Stato parte della CEDAW è tenuto a preparare un rapporto periodico sulle misure adottate per dare seguito agli obblighi internazionali, mentre le ONG nazionali possono presentare informazioni aggiuntive e prendere parte alla sessione di esame condotta dal comitato CEDAW, l’organo di esperti incaricato di monitorare i progressi realizzati o meno dagli Stati. Inoltre con il Protocollo Opzionale (PO) del 1999 (ratificato da 108 paesi), è riconosciuta agli individui la facoltà di presentare denuncia contro il proprio Stato, una volta esauriti i rimedi interni, in caso di violazione dei diritti enunciati. 

L’Italia ha aderito alla CEDAW nel 1985 e al PO nel 2000 ma tali norme appaiono invisibili alla politica e ancora troppo poco conosciute alla cittadinanza. Ecco allora perché è necessario parlare di questo testo dimenticato: proprio perché la CEDAW con l’OP può offrire agli individui efficaci strumenti pratici contro le discriminazioni di genere ed agire da potente leva per il cambiamento verso una società più equa e giusta.

Il 23 marzo la professoressa Alessia Donà ha tenuto il seminario dal titolo “Generi e politica dei diritti umani” nell’ambito del ciclo di conferenze “Studi di genere: prospettive interdisciplinari”. Gli incontri, in programma dal 1 marzo al 6 aprile 2017, sono stati organizzati dal Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università di Trento e dal Centro di Studi Interdisciplinari di Genere (CSG).