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Internazionale

MIGRAZIONI E DIRITTI

Diritto di cittadinanza e crisi di identità degli Stati europei di fronte al fenomeno migratorio

4 maggio 2017
Versione stampabile
di Fulvio Cortese
Professore ordinario presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento.

Perché la tutela dei diritti dei migranti costituisce un problema di difficile risoluzione? A questa domanda si potrebbe rispondere in molti modi. Ma ce n’è uno, in particolare, che merita attenzione, poiché evidenzia un tema strutturale, un profilo critico che molti Stati democratici del continente europeo si trovano ad affrontare.

Si tratta di una vera e propria crisi di identità: come è possibile che questi Stati, che si sono concepiti e voluti, specie dopo il secondo conflitto mondiale, come attori positivi di sviluppo e di promozione di diritti universali imputabili ad ogni uomo, si facciano ora difensori dell’esclusività che per definizione legittima il loro essere comunità, soprattutto dal punto di vista politico? Come conciliare la forte apertura cosmopolita della tradizione costituzionale contemporanea e l’esigenza che lo Stato, come sistema virtuosamente chiuso e autoreferenziale, possa continuare a difendere, nei propri confini, i titolari primi della sovranità che lo giustifica e di cui esso stesso di fa portavoce?

Secondo molti interpreti, questa sorta di cortocircuito è insolubile. Nel continente europeo gli Stati democratici - quelli che si sono realizzati realmente in tal senso - faticheranno sempre di fronte alle migrazioni; faticheranno, cioè, per un verso, ad accogliere stranieri sul proprio territorio, ma, una volta accolti, questi non potranno che essere riconosciuti e tutelati in prerogative la cui negazione porterebbe alla negazione della medesima identità costituzionale che sorregge l’esistenza di quegli Stati. I quali faticheranno a ribadire l’esclusione che è tipica di ogni Stato, di ogni confine statale, e che guarda alla presenza dello straniero come ad un’eccezione, sia pur da contemplare e regolare con attenzione. 

Non è complesso registrare questo paradosso nell’approccio che tiene da tempo anche l’Unione europea. Né è particolarmente arduo verificarne l’esistenza all’interno della legislazione italiana. La prima è continuamente combattuta tra l’esigenza di una visione unitaria e razionale e l’istanza di auto-difesa tipica della sovranità dei singoli Stati, tra loro divisi, di volta in volta, tra chi è più forte e chi è più debole o più svantaggiato dal punto di vista geopolitico. Quindi, nel continente, il monopolio della disciplina sovranazionale tende a tradursi nell’esternalizzazione di un’emergenza, da far gravare su chi si trova, per l’appunto, ai confini dell’Unione. Il nostro Paese vive molteplici difficoltà sia organizzative, connesse alla distribuzione interna di competenze ed oneri, sia valoriali, legate all’istanza di applicazione generalizzata di principi costituzionali non derogabili.

Tale estraneità, peraltro, pesa moltissimo e pare a sua volta irriducibile. Perché, anche quando sembra scomparire per effetto dell’operatività dei numerosi regimi amministrativi che permettono agli stranieri di essere legittimamente presenti sul nostro territorio, tende comunque a ripresentarsi dal punto di vista culturale. Si mettono, cioè, in comunicazione pratiche sociali che sembrano escludersi vicendevolmente, e ciò anche in ragione della forte vocazione assimilatrice del diritto nazionale ed europeo. Questo diritto, allo stato dell’arte, richiede allo straniero una forte integrazione, e presenta una necessità ineludibile: quella di un allargamento ragionevole della disciplina della cittadinanza e quindi di una maggiore flessibilità nei confronti del bisogno di partecipazione politica e di rappresentanza di chi, trovandosi nel territorio dello Stato, ambisce a costruire un nuovo modo d’essere della comunità statale.

Di questi argomenti, e dei profili giuridici collegati alle difficoltà del fenomeno migratorio, si è parlato in occasione del seminario “Migrazione e diritti” che si è svolto il 10 aprile 2017 presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento. Hanno partecipato i professori Paolo Bonetti (Università Milano Bicocca), Claudio Panzera (Università Mediterranea Reggio Calabria) e Giuseppe Sciortino (Università di Trento). Il seminario fa parte del ciclo “Incontri di diritto pubblico”, organizzato dai professori Fulvio Cortese e Damiano Florenzano (Università di Trento), e si pone in linea di continuità con una serie di eventi seminariali organizzati dalla Facoltà in sinergia con il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale nell’ambito del Progetto d’Ateneo “Living Integration Laws”, i cui risultati scientifici sono ora in corso di pubblicazione.