Credits: #79754658 | @Zerophoto, fotolia.com

Internazionale

IL MEDIO ORIENTE E LE SUE DIVERSE RAPPRESENTAZIONI

Approcci diversi per comprendere il complesso contesto geo-politico di questa regione

24 maggio 2017
Versione stampabile
di Roberto Belloni
Professore ordinario del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento.

Che cos’è il Medio Oriente e come studiarlo? Come valutare gli enormi cambiamenti che hanno avuto luogo nella regione dal 2001 a oggi, da quando, cioè, gli attacchi alle torri gemelle hanno contribuito a una pericolosa semplificazione dell’approccio occidentale alla regione? 

Si tratta di un quadro complesso. In primo luogo occorre introdurre la questione delle diverse proiezioni della regione che si basano sulle percezioni di minaccia evocate. Sul piano della rappresentazione, si registra un Medio Oriente mussulmano, che esclude Israele, fondato sull’identità religiosa che spesso evoca in Occidente un’immagine di conflitto e ostilità verso nemici interni ed esterni. Esiste poi un Medio Oriente arabo, che esclude non soltanto Israele, ma anche Iran e Turchia, le tre potenze regionali non-arabe. C’è poi un Medio Oriente inserito nell’area mediterranea e nel contesto della politica estera europea e dei suoi fallimenti. Infine, dal 2011, è apparsa l’immagine di un Medio Oriente caratterizzato dall’emergere di nuove forme di identità transnazionali, non sempre e non necessariamente democratiche, ma che hanno posto con forza il problema di capire le trasformazioni sociali, economiche e politiche che hanno travolto la regione nell’ultimo decennio. Esistono, in sostanza, diverse rappresentazioni del Medio Oriente che dipendono principalmente dalle percezioni di sicurezza di chi le concepisce e le promuove, spesso per ragioni strumentali. 

La tendenza di molti studi su questa regione è quella di porre l‘accento su alcuni aspetti: alta conflittualità, estrema volatilità delle alleanze politiche, presenza di deboli e/o insufficienti istituzioni regionali e assenza di credibili potenze egemoni regionali. Gli studiosi di relazioni internazionali hanno cercato di fornire strumenti concettuali per comprendere questo complesso contesto geo-politico. 

Il realismo, con la sua tradizionale attenzione per gli interessi materiali degli attori e la sua concezione della sicurezza, intesa come arte della sopravvivenza dello stato, continua a essere il punto di riferimento principale per lo studio del Medio Oriente. L’approccio realista, tuttavia, si deve confrontare con le enormi contraddizioni, debolezze e aporie che contraddistinguono gli stati della regione. Innanzitutto, l’interesse dello stato non sempre coincide con quello del regime che, di volta in volta, richiede ai propri cittadini fedeltà politica. Oramai da anni il patto sociale nella regione si è rotto: i regimi locali sono di frequente considerati illegittimi sia perché dominati da un gruppo etnico-religioso considerato ostile da almeno una parte della popolazione, sia perché non più in grado di rispettare i termini del “contratto” con i propri cittadini, che certo non si è mai basato su una concezione laica e democratica della vita politica ma, più prosaicamente, sulla capacità di garantire un certo benessere socio-economico. A fronte di un diffuso malessere sociale, solo le monarchie dell’area, come il Marocco e l’Arabia Saudita, forti di una diversa fonte di legittimità, sono riuscite a mantenere forme di pace sociale, mentre molte delle repubbliche della regione, Libia, Iraq, Siria, e Yemen sono ormai da tempo vittime di instabilità e violenza.  

Inoltre, non solo i regimi della regione debbono fare i conti in maniera crescente con le aspettative deluse dei propri cittadini, ma si trovano anche a fronteggiare nuovi e parzialmente inediti timori in relazione alla propria sicurezza. Negli ultimi anni si è infatti cominciato a parlare di una ‘Nuova Guerra Fredda Medio-Orientale’, con riferimento alla Guerra Fredda Araba degli anni Sessanta che vedeva contrapposti l’Egitto socialista-rivoluzionario di Nasser e la potenza conservatrice dell’Arabia Saudita. La Guerra Fredda di oggi vede invece lo scontro spostarsi nel Golfo, con due parti contrapposte. Un blocco a guida di Tehran, che estende la sua influenza in Iraq dal 2003, sempre di più in Libano, e apertamente in Siria con la difesa a oltranza di Bashar Al Assad, fino ad arrivare allo Yemen dove sostiene gli Houthi. Un secondo blocco sunnita a guida saudita, con entrambe le parti ree di trasformare in confessionale qualsiasi scontro di politica di potenza. Dopo l’invasione americana dell’Iraq nel 2003, il senso di minaccia alla sopravvivenza dei regimi locali si è gradualmente trasformato da esterno a interno. L’Iran è sempre più percepito nell’area come un elemento destabilizzante. Se i lunghi anni di negoziato tra la comunità internazionale e il regime di Teheran hanno fornito una opportunità di containment rispetto alle ambizioni iraniane, l’accordo sul nucleare raggiunto nell’estate del 2015 ha cambiato in maniera significativa le percezioni di minaccia nella regione. L’Iran, che con la fine delle sanzioni ha visto aumentare il proprio PIL del 7% in un anno, finanzia gruppi sciiti ovunque nell’area, creando forti preoccupazioni tra i propri vicini, in particolare l’Arabia Saudita. Occorre quindi mantenere alto il livello di attenzione e di ricerca sulle dinamiche di questa regione, cosi importante per tutto il bacino mediterraneo (e oltre), ma spesso oggetto di valutazioni e analisi fuorvianti. 

Ruth Hanau Santini, docente di Scienza Politica e Relazioni Internazionali dell’Università l’Orientale di Napoli, ha discusso questi temi con gli studenti del corso di laurea in Studi Internazionali del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento il 19 maggio in una lezione intitolata “Identità, interessi e percezioni di minaccia: il Medio Oriente e il Nord Africa dal 2001 a oggi” .Iniziativa in collaborazione con Erasmus+ program e Jean Monet European centre.