Thomas Mann a Sanary-sur-Mer, 1933 (Wikimedia Commons).

Internazionale

UNA NUOVA LETTURA DELL'OPERA DI THOMAS MANN

Un’allegoria moderna composta dai frammenti della storia

25 ottobre 2017
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di Luca Crescenzi
Professore del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento.

Il principale problema che occupa chi deve dare una nuova veste a un autore classico è quello del rapporto con la tradizione. Chi lavora su Thomas Mann in Italia deve confrontarsi con una lunga e importante tradizione che ha protagonisti straordinari: da Lavinia Mazzuchetti, che per prima curò un’edizione integrale dell’opera di Mann fuori dalla Germania, a Luchino Visconti che non solo con Morte a Venezia ha influenzato la percezione della narrativa di Mann nel mondo. E investe anche la politica; non per nulla Giorgio Napolitano ha sempre considerato Mann uno dei suoi principali riferimenti, anche morali. Non è facile, dunque, confrontarsi con simili precedenti e non meno difficile è prenderne le distanze. La sfida che abbiamo affrontato con l’edizione italiana della narrativa manniana è stata proprio questa. Bisognava mostrare un nuovo volto di Thomas Mann. Ma quali vie erano ancora percorribili dopo che già decine di migliaia di studi avevano esplorato in lungo e in largo quasi ogni riga della sua opera?

Già all’inizio del lavoro di edizione e ritraduzione mi sono reso conto che due linee principali si dividevano il campo degli studi. La prima considerava l’opera di Thomas Mann come l’ultimo frutto della grande tradizione narrativa ottocentesca, come l’estremo esempio di un realismo epico fortemente influenzato dai modelli artistici e filosofici di Schopenhauer, Nietzsche e Wagner; la seconda metteva l’accento sugli aspetti mitici, simbolici e sperimentali dell’arte di Mann. Quest’ultima linea di ricerca aveva portato alla luce un gran numero di dettagli significativi, ma non aveva ancora prodotto un’interpretazione complessiva dell’opera manniana e risultava per questo soccombente rispetto all’altra. Mi convinsi allora che attribuire valore a questi dettagli apparentemente casuali o eccezionali avrebbe potuto condurre a una nuova lettura dell’opera di Mann, a inserirla cioè nell’alveo della tradizione del modernismo europeo e mondiale. Questa tradizione, com’è noto, è caratterizzata dallo sforzo di superare le vecchie strutture della rappresentazione letteraria e la sua antica ambizione alla rappresentazione di una totalità conservando, tuttavia, un rigoroso senso della forma. Tale superamento avviene a diversi livelli e in modi diversi. È noto, ad esempio, che la tessitura musicale dei testi di Thomas Mann spezza la logica lineare della forma epica.

Qualcosa di simile avviene a livello contenutistico: i romanzi e i racconti di Thomas Mann sono costrutti complessi. In apparenza viene narrata in essi una storia semplice e immediatamente comprensibile i cui moventi, tuttavia, si trovano ben al di sotto della superficie e proiettano sulla storia narrata una luce tale da stravolgerne completamente il senso. A titolo di esempio posso menzionare il caso della Montagna magica che, come ho provato a dimostrare alcuni anni fa, dev’essere letta non come un romanzo realista (sia pure complesso) ma come la traduzione narrativa di un lunghissimo sogno del soldato Hans Castorp su un campo di battaglia della Prima guerra mondiale. La qual cosa significa, ancora, che l’uomo del futuro – che è fine del romanzo immaginare e descrivere – non può essere altri che colui il quale saprà trarre dall’inconscio che il sogno gli rivela le risorse per una trasformazione totale dell’esistenza propria e altrui. Ma quanto vale per la Montagna magica vale anche, in generale, per tutta l’opera narrativa di Thomas Mann: i suoi romanzi possiedono una sorta di doppia identità che è necessario considerare complessivamente anche nei suoi aspetti apparentemente irriducibili a un messaggio univoco.

Questo apparenta Thomas Mann a una famiglia che comprende Joyce, Proust e Kafka, e non solo Tolstoj e Goethe. La sua narrativa è  essenzialmente allegorica. Ma l’allegoria di Mann è un’allegoria moderna che vive dei suoi materiali costitutivi: un’allegoria che si compone dei frammenti, dei resti e delle rovine della storia. Essa non può più delineare alcuna totalità organizzata e come totalità organizzata non può più essere neppure descritta. Ciononostante essa resta capace di sviluppare una grandiosa epica dell’individuo: dell’individuo nel campo di macerie del tempo.

Luca Crescenzi, germanista e traduttore, è professore ordinario di Lingua, Letteratura e Traduzione tedesca all’Università di Trento. Il 17 settembre 2017 è stato premiato dalla Thomas Mann-Gesellschaft  a  Bad Tölz in Germania per i suoi studi innovativi, il suo lavoro di traduzione ed edizione in lingua italiana dell’ opera di Thomas Mann, in particolare per la  curatela de La montagna magica e la traduzione del Doctor Faustus nella collana dei Meridiani  Mondadori. Dal 1993 la Thomas-Mann Medaille, conferita per meriti legati allo studio, alla filologia, all’interpretazione letteraria dell’opera di Mann, è stata assegnata dieci volte.