Daniele Finocchiaro. ©GiovanniCavulli, archivio Università di Trento. 

Innovazione

Ritrovarsi su un linguaggio comune per fare sistema

Come avvicinare università e imprese. Intervista al presidente dell’Università di Trento Daniele Finocchiaro

29 maggio 2019
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di Marinella Daidone
Lavora presso la Divisione Comunicazione ed Eventi dell’Università di Trento.

L’innovazione, motore di sviluppo del nostro paese (e non solo), potrebbe trarre maggiore impulso dal binomio università-impresa? Sembra di sì, purché questi due mondi riescano a dialogare e a trovare un linguaggio comune. A dirlo è Daniele Finocchiaro, presidente dell’Università di Trento dall’ottobre scorso.

Dopo la laurea in Economia internazionale all’Università Bocconi e la specializzazione in Economia sanitaria, Daniele Finocchiaro ha maturato la sua esperienza professionale nel settore imprenditoriale farmaceutico con incarichi di rilievo a livello nazionale e internazionale. È presidente del Gruppo tecnico ricerca e innovazione di Confindustria e componente del Comitato di presidenza allargato. Da aprile 2019 è inoltre presidente di AGSM Verona spa e presiede il comitato di vigilanza di SMACT.

Presidente Finocchiaro, nel periodo trascorso dalla sua nomina ha avuto modo di conoscere le strutture dell’università e del territorio? Che idea si è fatto dell’ateneo e del contesto in cui opera?

Per poter rappresentare l’ateneo devi conoscerlo e proprio per questo ho voluto impostare un programma di visite nei centri di ricerca - dal CIMeC al CIBIO al COSBI -, portando talvolta con me anche rappresentanti del mondo imprenditoriale. Ho anche visitato le realtà importanti del territorio come la Fondazione Bruno Kessler (FBK), la Fondazione Edmund Mach (FEM), Trentino Sviluppo e il Polo della Meccatronica di Rovereto. Ma una delle cose che si è dimostrata veramente utile è stata la scelta di svolgere le sedute del CdA all’interno dei vari dipartimenti invece che al rettorato. Questo ci permette di dialogare e confrontarci con il corpo docente e con i ricercatori, ma anche di rendere il Consiglio di amministrazione più visibile.

Ho scoperto un ateneo eccezionale, continuo a stupirmi perché non avrei mai immaginato di trovare una realtà come quella che ho visto visitando laboratori, dipartimenti e centri. Eppure ho vissuto in un territorio che dista appena 90 km da qui! Quello che colpisce è la capacità del Trentino di fare sistema intorno a obiettivi condivisi.

Un altro aspetto che ho molto apprezzato è l’apertura dell’ateneo al territorio nazionale e internazionale: si percepisce la ricchezza di avere ricercatori e studenti che vengono da posti differenti dell’Italia e del mondo.

Come mantenere e migliorare gli standard raggiunti?

Questa è forse la mia maggior preoccupazione. Proprio in concomitanza con il mio arrivo a Trento abbiamo ricevuto la valutazione dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) che assegnava all’Università di Trento il giudizio massimo (fascia A), unica in Italia fra quelle allora valutate. Oltre a questo, sapevo che tutti i dipartimenti dell’Università di Trento, caso più unico che raro, avevano già ottenuto dall’Anvur il livello di eccellenza. Per mantenere e migliorare gli alti standard raggiunti dovremmo raccontarci diversamente, soprattutto al di fuori del territorio provinciale. Mi piacerebbe che questi risultati fossero percepiti maggiormente a livello nazionale e internazionale. Così potremmo fare un altro salto di qualità.

Ricerca e innovazione. Quali strumenti e strategie mettere in atto per sviluppare un settore così importante per il nostro Ateneo e più in generale per il paese?

Spesso mi domando dove potrebbe essere il nostro paese se avesse potuto beneficiare di un sistema di reale supporto alla ricerca e all’innovazione, e mi stupisco di come possano esistere così tante eccellenze nonostante un sistema che non aiuta. Sul piano nazionale, purtroppo, scontiamo il fatto che ricerca e innovazione non facciano parte dell’agenda politica, e neanche del dibattito pubblico, eppure rappresentano la sostenibilità della nostra economia, il nostro futuro e quello dei nostri figli. Spendiamo in ricerca e innovazione tra pubblico e privato circa 22 miliardi di euro, contro i 66 miliardi utilizzati per gli interessi sul debito pubblico: stiamo guardando al passato più che al futuro.

L’assenza di una visione univoca in ricerca e innovazione penalizza il paese. Di quest’ambito oggi si occupano troppi Ministeri (Sviluppo economico, Salute, Istruzione, Università e Ricerca). Manca una cabina di regia che sappia indirizzare ricerca pubblica e privata e, soprattutto, le possibili forme di interazione. Anche sul trasferimento tecnologico si potrebbe lavorare di più. Con il Miur ci stiamo provando, ma vorremmo un’altra velocità, quella con cui si stanno muovendo gli altri paesi con cui competiamo.

Il Trentino ha invece un bel primato, quello di investire il 2 per cento del PIL in ricerca e sviluppo, il doppio rispetto alla media nazionale. È un risultato che viene da lontano, frutto di scelte lungimiranti. Spero proprio che il Forum per la Ricerca, recentemente promosso dall’Assessorato provinciale per lo Sviluppo economico, ricerca e lavoro, di cui fanno parte anche alcuni docenti dell’Università di Trento, riuscirà a dare un ulteriore impulso al sistema.

Parliamo di formazione, lavoro e nuove professionalità.

Il tema per me è molto appassionante. Anche in questo va trovato un equilibrio. L’università sta formando la nostra futura classe dirigente e deve garantire un’ottima formazione di base; al tempo stesso deve specializzare sempre di più i nostri giovani per accompagnare lo sviluppo industriale del paese. Il mondo imprenditoriale denuncia continuamente la carenza di professionalità tecnico-scientifiche ingegneristiche e informatiche. Per un paese come l’Italia, che è la seconda manifattura d’Europa, questo rappresenta un collo di bottiglia da superare. Purtroppo è il risultato di mancanza di pianificazione e anche di dialogo fra sistema di formazione e mondo del lavoro. Le imprese lamentano la carenza di professionalità e spesso fanno richieste immediate, le università per impostare nuovi indirizzi di formazione necessitano di pianificare nel medio lungo periodo. Un difficile bilanciamento che si riuscirà a trovare da un dialogo ancora più stretto, fra università, imprese e mondo professionale.

Lei ha un’ampia esperienza del mondo imprenditoriale. Per far collaborare di più università e imprese, quali consigli si sentirebbe di dare alle aziende, da un lato, e all’accademia dall’altro?

Io ho la fortuna di aver visto questi due mondi. Quello che manca è un linguaggio unico, un registro comunicativo che aiuti il dialogo: spesso le imprese parlano un linguaggio e l’università ne parla un altro. Alcuni passi sono stati fatti e si stanno creando strumenti per accelerare il processo e renderlo più efficace. Parlo ad esempio dei dottorati di ricerca industriali che rappresentano uno snodo importante in cui formazione, ricerca e innovazione si incontrano, favorendo l’alta formazione dei giovani e l’innovazione del sistema produttivo.

A livello nazionale Confindustria e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) hanno già attivato 60 borse di studio e anche l’Università di Trento ha lanciato il proprio programma di dottorati industriali del quale sono molto contento: si tratta di uno strumento funzionale ai giovani dottorandi, sia per orientarli verso una scelta professionale consapevole che per scoprire il valore aggiunto della ricerca industriale.

Dobbiamo far sì che il Trentino possa diventare un laboratorio per i rapporti tra mondo imprenditoriale locale e università. Un percorso facilitato da un Consiglio di amministrazione dell’ateneo aperto al mondo imprenditoriale. Università e impresa hanno bisogno reciprocamente l’una dell’altra, sempre di più l’università sta diventando volano d’innovazione per le imprese. La ricerca universitaria può diventare impresa, può facilitare anche l’attrazione di nuovi investitori e di questo beneficerebbero sia l’università che il territorio trentino.

Ci può parlare di un esempio virtuoso che va in questa direzione?

Una nuova realtà da tenere presente è SMACT, che gestirà il Competence center del Triveneto costituito per favorire le collaborazioni tra ricerca e impresa nelle tecnologie Industria 4.0. Il nome della società è l’acronimo delle 5 tecnologie di cui si occuperà: Social, Mobile, Analytics, Cloud e Internet of Things. I soci fondatori di SMACT sono 8 università del Triveneto (oltre a Trento ci sono Padova, Verona, Ca’ Foscari, IUAV, Bolzano, Udine e SISSA di Trieste), due enti di ricerca (l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e la Fondazione Bruno Kessler), la Camera di Commercio di Padova e 29 aziende private.

SMACT sta “obbligando” a dialogare università e imprese. Il salto di qualità che deve fare il sistema italiano non può essere fatto solo dalle imprese, ma ha bisogno delle competenze dell’università, che sempre di più deve diventare il facilitatore e il punto di raccolta delle competenze.