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LA PLASTICITÀ CEREBRALE NELLE PERSONE SORDE

Uno studio condotto dal CIMEC e pubblicato sulla rivista scientifica PNAS

19 ottobre 2017
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di Stefania Benetti
Collaboratrice di ricerca al Centro Interdipartimentale Mente/Cervello.

E’ da tempo diffusa l’idea che un deficit sensoriale sia compensabile attraverso il potenziamento dei rimanenti sensi. L’alpinista cieco Andy Holzer racconta come sia in grado di usare udito, olfatto e tatto per ricostruire un’immagine mentale precisa con cui scalare le cime più alte della terra. Ed è forse vero l’aneddoto secondo cui Beethoven, sordo dall’età di trent’anni, avrebbe segato le gambe del pianoforte su cui componeva per meglio percepire le vibrazioni delle note trasmesse attraverso il pavimento.

Soltanto nell’ultimo ventennio, tuttavia, l’introduzione di tecniche d’imaging cerebrale funzionale ha permesso alle neuroscienze di svelare via via la straordinaria abilità del cervello umano di adattarsi e cambiare in base all’esperienza. Le aree sensoriali del cervello private di una stimolazione sensoriale specifica, ad esempio il suono nelle aree uditive dei sordi, non rimangono inattive ma anzi sono in grado di ‘riorganizzarsi’ ed elaborare l’informazione proveniente da altri sensi. Questo fenomeno è conosciuto come neuroplasticità intermodale.

Ma, è possibile osservare fenomeni di riorganizzazione su tutta l’estensione delle aree sensoriali private del proprio input sensoriale? O il cervello rimane plastico e rigido allo stesso tempo? Il nostro progetto di ricerca al CIMeC, Brain Plasticity and Deafness, s’inserisce appunto nell’ambito dell’attuale dibattito Natura-Cultura sullo sviluppo del cervello umano e cerca di chiarire quale sia la relazione tra i limiti definiti dall’informazione genetica e le condizioni esperienziali entro cui i cambiamenti neuroplastici possano verificarsi nelle persone con sordità profonda e precoce.

I primi risultati, pubblicati sulla rivista scientifica PNAS, suggeriscono che i cambiamenti neuroplastici non siano casuali e aspecifici ma che avvengano invece entro i ‘binari’ genetici tracciati dalla specializzazione funzionale delle aree uditive, seppure su spinta di richieste imposte dall’esperienza precoce di sordità. Privata della stimolazione acustica, l’area uditiva normalmente dedicata all’elaborazione della voce umana è in grado di elaborare l’informazione visiva di volti al punto di riuscire a distinguere tra volti diversi, proprio come accade nelle specifiche aree visive. Nonostante la percezione di voci e volti avvenga attraverso canali sensoriali distinti, la loro elaborazione risponde a richieste ambientali comuni come ad esempio la necessità di riconoscere l’identità, le emozioni e le intenzioni delle persone con cui interagiamo.

La porzione di corteccia uditiva sensibile alla voce umana potrebbe quindi essere ‘colonizzata’ dall’elaborazione visiva proprio in virtù di specifiche caratteristiche funzionali che condivide con le cortecce visive sensibili ai volti e da funzioni che possono beneficiare d’informazione multisensoriale. Nello stesso studio abbiamo osservato anche un potenziamento della connessione funzionale tra cortecce visive e uditive che potrebbe rappresentare il substrato neuronale alla base della riorganizzazione osservata nell’area della voce. E’ possibile, infatti, che un collegamento preferenziale tra i due circuiti risalga a una fase precoce dell’evoluzione e dello sviluppo del cervello e permetta quindi alle cortecce uditive di adattarsi alla sordità. 

La seconda parte del progetto ci permetterà di confermare queste ipotesi attraverso l’osservazione che altre funzioni visive specifiche, come ad esempio l’elaborazione del movimento, reclutano porzioni discrete della corteccia uditiva e attraverso lo studio delle connessioni anatomiche tra le aree visive e uditive che presentano plasticità nei sordi. Il cammino verso i tanti misteri inspiegati della plasticità cerebrale potrà svelarci nuove conoscenze sullo sviluppo e sull’architettura cerebrale. La speranza è che queste conoscenze informino la definizione di modelli in grado di predire la capacità del cervello di adattarsi non solo alla perdita ma anche al recupero di un senso e che trovino un riscontro nella pratica riabilitativa ed educativa dove i vantaggi del training multisensoriale rimangono tuttora poco valorizzati.