Vermis sericus, 1590-1600 (c.) © The Trustees of the British Museum.

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IL LAVORO FEMMINILE NEL SETIFICIO TRENTINO

Differenze di genere agli albori del sistema di fabbrica

10 gennaio 2018
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Di Cinzia Lorandini
Professoressa presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Trento.

L’ingresso delle donne nel mercato del lavoro non è un dato recente, e questa è certamente cosa nota. Meno noto, forse, è il precoce coinvolgimento delle maestranze femminili nel lavoro di fabbrica in una realtà come quella trentina, caratterizzata da uno sviluppo industriale limitato oltre che tardivo. 

In effetti, i primi casi di accentramento significativo di forza lavoro femminile risalgono al Settecento e si collocano nel contesto dello sviluppo del setificio, destinato a rappresentare per circa due secoli l’esperienza manifatturiera più rilevante per questo territorio. Ma a quali mansioni erano adibite le donne, quali i livelli retributivi e le forme di organizzazione del lavoro? La risposta a questi quesiti può avvalersi ora di nuove evidenze emerse dall’Archivio Salvadori, un corposo complesso documentario conservato presso l’Archivio di Stato di Trento. 

Nuove fonti, nuove prospettive di ricerca. Il recente completamento del progetto di riordino e inventariazione di questa documentazione, prodotta da un’importante famiglia mercantile tra la fine del Seicento e la fine dell’Ottocento, consente di mettere a disposizione dei ricercatori una fonte inestimabile per la storia dell’economia trentina, aprendo nuove possibilità di indagine soprattutto sul setificio, settore di punta dell’impresa. Un settore, la manifattura serica, in cui sin dal principio emerge una chiara divisione di genere rispetto alle mansioni svolte, che vede le donne destinate alla trattura, all’incannaggio e alla binatura della seta, e gli uomini alla torcitura, effettuata nei filatoi idraulici.

A metà Settecento i Salvadori erano proprietari di una filanda a Trento munita di 18 bacinelle che impiegavano circa 40 addette alla trattura, poiché ogni bacinella richiedeva la presenza di una maestra (che dipanava il filo dai bozzoli immersi nell’acqua calda) e una menaressa (che girava l’aspo sul quale si avvolgeva la matassa di seta greggia). Nel 1789 le bacinelle erano 43 per un totale di 91 donne occupate. Si trattava ancora di un impiego a carattere prettamente stagionale, che si concentrava nei mesi di giugno e luglio. Ma vi erano già alcune donne occupate durante quasi tutto l’arco dell’anno nell’incannaggio e nella binatura, operazioni preliminari alla torcitura idraulica. Nelle filande la retribuzione era naturalmente differenziata a seconda delle competenze e dell’esperienza e variava dai 12 carantani all’opera (ossia alla giornata) per una cernitrice ai 30 carantani per una capo maestra, ma l’assistente alla filanda (uomo) che teneva le redini della cassa ne percepiva il doppio. Si trattava peraltro di una forma di organizzazione del lavoro che, benché accentrata, non era ancora equiparabile al moderno sistema di fabbrica, data l’assenza di meccanizzazione del processo produttivo.

Il lavoro in filanda era destinato tuttavia a essere profondamente trasformato nel corso dell’Ottocento con l’avanzare del progresso tecnologico. Le strutture più moderne, inclusa quella edificata dai Salvadori a Calliano nel 1850, si attrezzarono con caldaie a vapore per il riscaldamento delle bacinelle e la stessa movimentazione degli aspi. Scomparvero così vecchie mansioni, come quella della menaressa, e ne comparvero di nuove, come quella del fuochista, occupazione prettamente maschile. Nel 1886 la paga giornaliera delle maestranze femminili a Calliano variava dai 21 ai 43 soldi e mezzo per una giornata lavorativa che si attestava sulle 13 ore; una retribuzione che, nel caso delle meno pagate, non consentiva neppure l’acquisto di tre litri di latte. Ben più elevata la remunerazione dei pochi uomini impiegati presso la filanda e in particolare del fuochista, che percepiva quasi tre volte il compenso delle operaie meglio pagate.

All’epoca nelle maggiori filande la stagione di trattura si era notevolmente allungata, giungendo a coprire tutto l’anno a eccezione dei mesi invernali. Nel periodo estivo-autunnale, lavoravano presso la filanda Salvadori circa 230 operaie, con un’età minima – in conformità alla normativa vigente – pari a 14 anni; anche ragazzine, quindi, costrette a tenere tutto il giorno le mani immerse nell’acqua calda, con le malattie professionali che ne conseguivano. 

Si tratta di una pagina di storia del lavoro in Trentino che vale ancora la pena di approfondire e che induce a riflettere sulla questione della divisione di genere del lavoro e del connesso differenziale retributivo, ancora oggi uno dei nodi centrali delle disuguaglianze economiche di genere.

Questo è uno dei temi affrontati il 15 dicembre nella giornata di studio su “Donne ed economia in Trentino tra passato e presente”, organizzata presso il Dipartimento di Economia e Management dell'Università di Trento da Cinzia Lorandini e Roberta G. Arcaini (Provincia autonoma di Trento – Soprintendenza per i beni culturali) assieme ad Associazione Geschichte und Region / Storia e regione, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo - Archivio di Stato di Trento e Comune di Magré sulla Strada del Vino (Bz), a conclusione del progetto di riordino e inventariazione dell’Archivio Salvadori, finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto. 
Comitato scientifico: Roberta G. Arcaini, Andrea Bonoldi, Andrea Leonardi, Cinzia Lorandini.