By Rowland Scherman, National Archives and Records Administration [Public domain], via Wikimedia Commons.

Storie

LE MASCHERE DI BOB DYLAN

In Ateneo un ciclo di incontri dedicato ai Nobel. Prossimo appuntamento 18 gennaio 2017

10 dicembre 2016
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di Andrea Cossu
Ricercatore presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento.

L’assegnazione del premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan ha tenuto banco per parecchie settimane sulle prime pagine dei giornali e ha scatenato reazioni che non si vedevano da anni. Molti si sono interrogati sul senso di consacrare con uno dei riconoscimenti più ambiti un cantautore che ha costruito tutta la sua carriera tenendosi ben lontano dalla letteratura e dalla poesia in senso stretto; altri hanno salutato la decisione dell’Accademia di Svezia come un punto di svolta che ha finalmente abbattuto il confine tra canzone popolare e cultura “alta”.

In più di cinquant’anni di carriera Bob Dylan ha indossato molte maschere. Non ultima, quella di “Bob Dylan” stesso, una finzione creata con un cambio di nome e di identità, da giovane cresciuto in una famiglia della piccola borghesia ebraica a volenteroso emulo di Woody Guthrie e decine di altri folksinger. Fu da questa volontà di emulazione che emerse nel tempo l’originalità di Dylan, in una serie di passaggi che lo vide prima interprete di musica folk “urbana” nel contesto di una scena vivissima come il Greenwich Village a New York, poi “poeta generazionale”, in seguito musicista che fornì a quei versi una base energica ed elettrica, e da lì per innumerevoli svolte.

Nella sua sintetica motivazione, l’Accademia di Svezia ha segnalato la centralità di alcune di queste maschere, assegnando a Dylan il Nobel “per aver creato nuove espressioni poetiche nel solco della grande tradizione della canzone americana”. Originalità e tradizione, dunque, come due aspetti che vanno di pari passo e che Dylan ha coltivato fin da subito.
Un discorso pubblico su Dylan come “poeta” e non semplicemente come autore o cantante si afferma molto presto, nei primi anni della sua carriera, ad opera di alcuni “imprenditori” della sua reputazione, come Pete Seeger ed altri protagonisti del folk revival americano. E anche lì, tuttavia, ciò che rende Dylan “originale” non può essere separato dalla tradizione, che riprende ed elabora dal punto di vista dei temi, delle suggestioni testuali (c’è tanta intertestualità in Dylan), e delle eredità musicali, che si accompagnano a uno stile di scrittura molto influenzato dai poeti simbolisti francesi e da quelli (a lui ben più vicini) della Beat Generation. 

Dylan porta con sé questa fama di poeta anche quando, in uno dei momenti più cruciali della musica popolare contemporanea, abbandona il folk revival e si trasforma in un’altra maschera, quella della rockstar, che vive con intensità massima per poco meno di due anni, dal 1965 alla metà del 1966. È la fusione tra lo stile di songwriting che aveva perfezionato nei suoi anni da folksinger e la potenza di un accompagnamento elettrico che lo porta rapidamente ad essere sullo stesso piano (ma anche guida poetica) delle star di quel periodo, non ultimi i Beatles e i Rolling Stones, e da lì per generazioni di aspiranti cantautori. Ma è anche un periodo che dura pochissimo, e Dylan si rifugia nella “vecchia, bizzarra America” dei Basement Tapes, di John Wesley Harding, e di Nashville Skyline, mischiando i suoi versi con i suoni che vengono dalla grande tradizione americana, dal blues al country e dal periodo in cui questi generi erano ancora una cosa sola.

Da quel momento, Dylan continua a oscillare tra la rappresentazione di Dylan come rockstar, e quello che sembra essere stato il progetto (a volte non intenzionale) della sua carriera: quello di farsi interprete delle molteplici tradizioni della musica americana, che esplora nel modo più efficace proprio quando smetti di essere “Bob Dylan” la star, e rende più esplicito il rapporto che intrattiene con la eredità della musica popolare americana, dalle vecchie ballate al blues, da Frank Sinatra a canzoni che fanno parte del panorama sonoro e lirico di un’America che - nelle sue canzoni, nelle interpretazioni di quelle degli altri, e in innumerevoli spettacoli dal vivo - ha cercato di non far scomparire. 

Il professor Andrea Cossu ha spiegato il premio Nobel per la Letteratura assegnato a Bob Dylan nell’ambito dei “6 incontri per comprendere i Nobel” il 22 novembre. 
Prossimo appuntamento il 18 gennaio 2017 con la professoressa Eleonora Broccardo dell’Università di Trento che presenterà il premio Nobel per l’Economia consegnato a Oliver Hart e a Bengt Holmström.