Il seminario per attori e registi. Al centro Eugenio Barba (foto di Davide Curatolo).

Storie

IL VIAGGIO COME OCCASIONE DI INCONTRO CON L’ALTRO

Il teatro secondo Eugenio Barba, a Trento per il Festival Teatrale Interculturale

9 marzo 2017
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di Sandra Pietrini
Professore associato del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento.

Eugenio Barba è uno dei più importanti registi teatrali italiani ancora attivi che vale la pena conoscere. Sembra un atletico sessantenne, pieno di vitalità e curiosità per la vita, ma di anni ne ha ormai compiuti ottanta (e veramente, incontrandolo, si fa fatica a crederlo). Ha attraversato un’epoca storica fondamentale per il teatro europeo e americano, quella delle seconde avanguardie, iniziata nei mitici anni ’60 e sfociata in esperienze di vita e teatro alternativi alla cultura dominante. In realtà le avanguardie sono poi divenute, almeno in ambito teatrale, un fenomeno di grande impatto anche su un pubblico più vasto, pur avendo cominciato la loro attività rivolgendosi a spettatori selezionati, a un’élite intellettuale che preferiva l’anticonformismo artistico e anti-establishment al teatro istituzionalizzato. Ma dopo oltre cinquant’anni di attività (festeggiati nel 2014), l’Odin Teatret e il suo fondatore Eugenio Barba sono ormai un’istituzione, pur non avendo mai tradito, anche nel naturale avvicendarsi dei componenti del gruppo, il senso profondo del loro modo di fare teatro. 

Dal maestro polacco Grotowski, Barba ha tratto la concezione di teatro come laboratorio, che ha poi sviluppato e rielaborato alla sua maniera, dando vita a spettacoli anche molto diversi fra loro, ma portando comunque avanti l’idea del teatro come comunità, fucina creativa in cui l’interazione quotidiana fra i componenti del gruppo svolge un ruolo essenziale. Al contrario di quanto accade nel teatro tradizionale, per l’Odin la messa in scena di uno spettacolo rappresenta soltanto la punta di un iceberg, la cui base è costituita dall’intenso training individuale e di gruppo, da un percorso creativo ed esistenziale per certi aspetti più importante dell’esito finale. 

Diversamente da altri gruppi come il Living Theatre, Barba non si è focalizzato unicamente sulle tematiche ideologiche e di protesta politica, ma è partito dalla riscoperta della corporeità dell’attore per realizzare sperimentazioni artistiche originali, che hanno sfiorato spesso il concetto di performance ma non si sono lasciate inquadrare all’interno di alcuna categoria. Del resto, per far durare un gruppo teatrale più di cinquant’anni occorre sapersi reinventare, raccogliere continuamente nuove sfide, saper ripartire ogni volta per nuove mete. 

Ed Eugenio Barba di sfide ne ha raccolte tante, a partire da quando, nel 1954, partì da Brindisi per andare a finire in Norvegia a lavorare come saldatore e marinaio. Il teatro, come ha raccontato egli stesso con la semplicità dei grandi oratori, è stato per lui una scelta per certi aspetti casuale, un escamotage per sfuggire all’inevitabile emarginazione dovuta alla sua permanenza in paesi di cui dapprima non conosceva neppure la lingua, popolati di persone che guardavano con diffidenza e timore gli stranieri. E altrettanto per caso, ha raccontato Barba alla platea che a Trento si è riunita ad ascoltarlo, si è poi ritrovato a fondare un teatro in una piccola, anonima cittadina di provincia danese, Hostelbro, con un capannone dove provare e un modesto sussidio suggellato da una schietta stretta di mano col sindaco. Hostelbro è ormai nota soprattutto per l’Odin Teatret, che ancora oggi conserva la sua sede in questo luogo pur muovendosi per proporre i suoi spettacoli in tutto il mondo. Nel 1979 è sopraggiunta anche una rielaborazione teorica, con la fondazione, da parte di Barba, dell’International School of Theater Anthropology (ISTA), attiva in molti paesi e dedita allo studio dei meccanismi della performance e del livello pre-espressivo della pratica teatrale. 

Ma l’Odin Teatret ha continuato a viaggiare e ad arricchire le sue esperienze teatrali con l’incontro con nuove culture. Il viaggio, dimensione esistenziale quasi imprescindibile per chi fa teatro, ha sempre rappresentato per Barba un momento essenziale dal punto di vista conoscitivo. Ricordo che ormai vent’anni fa, quando ebbi occasione di conoscerlo per la prima volta, iniziò ad affascinare l’uditorio saltando su un tavolo e mettendosi a parlare a ruota libera dell’importanza dello sradicamento. Per trovare qualcosa di nuovo occorre uscire, anche mentalmente dai percorsi abituali, tagliare le proprie radici se queste costituiscono un impedimento alla crescita, essere capaci di quell’estraniamento salutare che ci fa aprire al nuovo, contemplare altre possibilità di esistenza ed evolvere come persone. E il teatro capace di trasmettere davvero qualcosa si fonda appunto sullo sradicamento e sull’estraniamento (che, direbbe Brecht, ha anche una funzione conoscitiva: soltanto meravigliandosi del funzionamento di un oggetto o di un fenomeno si può arrivare a comprenderne il meccanismo). Più che fondati sull’estraniamento, gli spettacoli di Barba fanno leva sullo spiazzamento dello spettatore, che si ritrova sbalzato fuori dal proprio mondo di certezze, sradicato, e perciò in preda al desiderio della conoscenza (desiderio inteso come una forma di perdita di orientamento, come rivela l’etimologia stessa del termine, de-sidera, senza stelle, punti di riferimento essenziali per i marinai). 

Dalle esperienze dei viaggi in India agli spettacoli portati in tournée in sud America, nei paesi dominati dalle dittature, il viaggio è sempre stato per Barba un’occasione di incontro con l’altro, con luoghi, persone e modi di vita diversi, con cui entrare in relazione dinamica, in un processo quasi osmotico che è alla base della sorprendente longevità del gruppo. Per durare occorre saper mutare, lasciarsi andare al flusso del divenire senza trasformarsi in un monumento a se stessi: ciò vale per la vita, per tutte le singole esistenze, e a maggior ragione per un gruppo che nell’interazione con l’altro ha trovato la linfa vitale per la propria concezione artistica. E così, in modo del tutto naturale, sono scaturite per esempio le esperienze teatrali del baratto degli anni ’70, in cui l’Odin uscì dal chiuso dei laboratori-studio per proporre le proprie performance nelle campagne del Salento. Le persone del luogo, dapprima sorprese, risposero ben presto al lavoro collettivo e alle improvvisazioni del gruppo con proprie esibizioni di danza e canti, con offerta di doni e cibo, creando un intreccio naturale fra arte e vita. E proprio su questo intreccio si fonda, ancora oggi, il valore di insegnamenti teatrali come quello di Eugenio Barba: un valore umano e conoscitivo, culturale in senso antropologico, e non soltanto artistico.

Il Festival Teatrale Interculturale “In viaggio!? Tra partenza e permanenza, identità e alterità” si è svolto a Trento dal 10 al 12 febbraio ed ha avuto come ospite principale Eugenio Barba. Il regista teatrale, vincitore nel 2000 del premio Sonning, ha tenuto dei seminari per attori e registi uditori ed ha incontrato gli studenti universitari UniTrento, in particolare stranieri, presso il foyer del Teatro Sanbàpolis. L’iniziativa, legata al progetto dell’Università di Trento “Richiedenti asilo all'Università”, è stata organizzata da Centro Teatro, Unione Italiana Libero Teatro, insieme a UniTrento, Opera Universitaria e Cinformi. Uno degli eventi del festival è stato, infatti, un seminario che ha visto la partecipazione anche di una studentessa camerunense e di uno studente proveniente dall'Iraq, coinvolti nel progetto, che hanno raccontato la propria drammatica storia di viaggio.