Satellite ESA di LISA Pathfinder ©ESA 

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INDAGARE LO SPAZIO MI HA PORTATO LONTANO

Stefano Vitale si racconta

8 febbraio 2018
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di Paola Fusi
Responsabile della Divisione Comunicazione ed Eventi dell’Università di Trento.

Stefano Vitale è professore ordinario di fisica sperimentale all’Università di Trento. Attualmente è responsabile del Science Program Committee dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Un incarico prestigioso il suo, che è arrivato a giugno 2017 sul finire della missione apripista LISA Pathfinder. La missione LISA Pathfinder e le recenti scoperte sulle onde gravitazionali ad opera degli osservatori terrestri VIRGO e LIGO hanno aperto nuove prospettive e dato nuovi impulsi alla ricerca spaziale.

Ma cosa vuol dire essere ricercatore in un network europeo e quali caratteristiche deve avere un giovane ricercatore per competere a livelli d’avanguardia? 
L’abbiamo chiesto al professor Vitale in un’intervista che mette in luce il ricercatore e l’uomo.

Professor Vitale, proprio in questi giorni sono stati pubblicati su Physical Review Letters i risultati della missione LISA Pathfinder, di cui lei è stato Principal Investigator. L’Agenzia Spaziale Europea ha ora in programma la missione LISA che lancerà nello spazio un osservatorio gravitazionale nel 2034 o prima. Si sono aperti nuovi scenari, di quale portata?​

Il progetto di LISA Pathfinder ha avuto un bilancio molto positivo. Era un progetto sperimentale che aveva come obiettivo quello di testare la fattibilità di un primo osservatorio di onde gravitazionali nello spazio. LISA Pathfinder è stata lanciata nel dicembre 2015 e si è conclusa a luglio scorso: è stata una missione di prova che ha superato le prestazioni iniziali già nella prima settimana di operazioni e ora il report finale sui dati acquisiti dal 2016 mostra come LISA Pathfinder sia persino andata oltre nelle prestazioni richieste dai requisiti per il successo della missione LISA. LISA è fra le tre missioni di più vasta scala che l’ESA ha previsto nel suo programma di sviluppo Cosmic Vision del prossimo ventennio. La missione di LISA Pathfinder ci ha permesso di dimostrare la fattibilità di un grande interferometro, analogo a quelli terrestri già esistenti come VIRGO-LIGO, ma mille volte più grande e soprattutto attivo nello spazio. Più efficiente e preciso, oltre che più potente. Capace quindi di captare le onde da sistemi molto più pesanti ma anche molto più lontani, come l’urto di buchi neri super-massicci, che si suppone abbiano avuto un ruolo importante nella storia dell’Universo. Ora l’Agenzia Spaziale Europea si è posta con LISA l’obiettivo di costruire un osservatorio spaziale a disposizione dei ricercatori di tutto il mondo, che costituirà una svolta nell’osservazione spaziale.

Il futuro della ricerca spaziale, che ha oggi prospettive importanti, è anche italiano e un po’ trentino?

L’Italia è un Paese protagonista della ricerca spaziale, in generale. Ha una presenza nello spazio molto significativa sia attraverso l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), sia attraverso l’Agenzia Spaziale Europea, in cui l’Italia è uno dei Paesi molto visibili. Direi che Trento ha un certo rilievo, il professor Roberto Battiston è presidente dell’ASI e docente dell’Ateneo, il professor Lorenzo Bruzzone segue rilevanti progetti nell’area dell’osservazione della terra e ha importanti collaborazioni con la NASA e con l’ESA e certamente significativo è stato ed è il ruolo di Trento nella scoperta delle onde gravitazionali da parte degli interferometri VIRGO e LIGO. Più nello specifico, nella missione LISA il gruppo del Trento Institute for Fundamental Physics and Applications (TIFPA) dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e dell’Università di Trento (Laboratorio di Gravitazione Sperimentale del Dipartimento di Fisica), con il sostegno dell’Agenzia Spaziale Italiana, ha la leadership della missione per il sistema di masse in caduta libera, che sono al cuore della misura di LISA e che rappresentano il fattore determinante per la risoluzione di gran parte delle sorgenti astrofisiche.

Parliamo un po’ di lei: la sua attività di ricerca inizia nel ’77 come docente all’Università di Trento. Oggi continua a fare ricerca, ma con un importante ruolo nel network europeo. Che cosa è cambiato nel suo lavoro?

Ci tengo a dire che la mia attività di ricerca è iniziata da laureando all’Università di Roma. Poi sono arrivato a Trento. Oggi continuo a fare ricerca, nel senso che continuo a lavorare ai miei progetti dando supporto al mio gruppo. Con l’età e con l’esperienza scientifica in qualche modo di successo, sono stato chiamato a prendere delle responsabilità verso la comunità scientifica. E in questo senso va letta la presidenza dello Space Science Committee dell’ESA che mi è stata affidata. Il tempo dedicato alla ricerca in senso stretto con il tempo diminuisce, però è tutto molto interessante, sono ambienti molto stimolanti, fatti di molte intelligenze con cui è piacevole entrare in contatto.

Nella sua vita di scienziato quali sono stati i momenti di maggior soddisfazione e quali, se ci sono stati, quelli che ricorda di sconforto?

I momenti più emozionanti sono sempre quelli in cui si capisce qualche cosa: leggere i primi dati di LISA Pathfinder e vedere nel giro di qualche giorno che avevamo superato tutti gli obiettivi è stato un momento indimenticabile. I momenti tristi sono soprattutto quando viene a mancare qualche collega importante, e purtroppo è capitato. In quei momenti è difficile andare avanti, perché si è toccati sia sul lato umano, sia su quello professionale. Al di là di questo, anche vedere che le cose non funzionano fa parte dei momenti tristi: “i disastri tecnici” portano forte demotivazione. Ricordo che per due volte siamo andati molto vicino alla cancellazione del progetto di LISA Pathfinder, dopo un intenso lavoro di anni. Ma è la vita dello scienziato e della scienziata: se si fanno cose rischiose e difficili bisogna essere preparati al peggio. L’umanità progredisce prendendo rischi che si superano grazie all’intelligenza delle persone, al loro entusiasmo e alla loro determinazione. E il successo è molto basato sulla determinazione. Bisogna crederci.

Da “ricercatore” come ha conciliato la vita professionale con quella personale?

La risposta è semplice: male. Sono felice che questa intervista non venga fatta a mia moglie, perché la mia famiglia ha dovuto sopportare molto. Uno scienziato molto spesso pensa ventiquattro ore al giorno al suo problema scientifico e quando torna a casa ha sempre in testa quel problema. Con l’età si migliora, ma all’inizio è difficile per le persone che lo accompagnano. Ricordo ad esempio quando ero un giovane padre e insieme ad un collega fisico avevamo le figlie piccole e, mentre le “pascolavamo”, parlavamo fitto fitto di fisica. Ripenso a quei momenti e mi sento in colpa: si poteva essere genitori migliori.

Quali caratteristiche devono avere oggi un giovane ricercatore e una giovane ricercatrice per competere a livelli d’avanguardia e raggiungere traguardi importanti?

Motivazione, coraggio e talento sono le caratteristiche fondamentali, oltre poi ad essere immersi in comunità scientifiche stimolanti. Penso sia importante mirare in alto, perché credo si possa vivere con le frustrazioni ma è molto difficile vivere con i rimpianti. Aspetta che siano gli altri a dirti di no, non te lo dire da solo. Questo vale per la scienza come vale per l’arte e tutti gli altri mestieri con una forte componente creativa.

Lei è un ricercatore che comunica molto ed è un abile divulgatore. Queste sono caratteristiche che sempre più vengono richieste ai ricercatori e alle ricercatrici? Quale peso hanno secondo lei e come si imparano?

Noi ricercatori e ricercatrici siamo pagati dai nostri concittadini. Rendere conto ai nostri finanziatori di quello che stiamo facendo è quindi un dovere: facciamo ricerca per far crescere il sapere dell’umanità, facciamo ricerca per i cittadini e dobbiamo essere in grado di spiegarlo. Il fatto di dover divulgare ha anche un effetto positivo sulla selezione della ricerca che si fa; se un ricercatore o una ricercatrice non riescono a spiegare quello che fanno al proprio vicino di casa, forse dovrebbero domandarsi se quello di cui si occupano è effettivamente rilevante per l’umanità. Riguardo all’imparare, io non ho imparato ad essere divulgatore, è solo che quello che faccio lo faccio con entusiasmo. E se sei entusiasta e provi piacere in quello che fai, lo riesci a comunicare. Credo poi che per essere buoni comunicatori bisogna fare esperienza di comunicazione: in questo una parte importante è l’insegnamento. Fare lezione è fondamentale per il training e un’enorme ricchezza per un ricercatore. A questo riguardo penso che ai ricercatori degli enti di ricerca dovrebbe sempre essere data la possibilità di insegnare. Infine oggi gli strumenti del web offrono grandi possibilità comunicative: da YouTube a Twitter. Penso che noi dobbiamo usarli e usarli tutti. Non senza trascurare le più tradizionali conferenze, che io amo per il contatto diretto che esse consentono.