Il bozzetto dell'opera, foto di Roberto Bernardinatti, archivio Università di Trento

Storie

ARTE E SCIENZA: IL BINOMIO POSSIBILE

Un progetto per l’acceleratore di particelle dismesso del Dipartimento di Fisica. Ne parliamo con l’artista Alberto Tadiello

12 gennaio 2016
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di Cristiano Zanetti
Lavora presso la Divisione Comunicazione ed Eventi dell’Università di Trento.

Alberto Tadiello (nel'immagine a destra - foto di Roberto Bernardinatti, archivio Università di Trento) è l’artista che trasformerà in un’opera d’arte l’acceleratore ionico del Dipartimento di Fisica dell’Ateneo. Progettato dall’ing. Scotoni, l’acceleratore era entrato in funzione nel 1985 ed è stato dismesso nel 2004. La Commissione del concorso, bandito Alberto Tadiellonella primavera del 2015 dal Dipartimento di Fisica in collaborazione con il Mart, ha scelto il progetto presentato da Tadiello. Il bando prevede l’installazione dell’opera entro l’aprile 2016 presso il Polo Scientifico e Tecnologico “F. Ferrari” di Povo. Abbiamo intervistato l’artista per approfondire la visione che lo ha mosso e per capire come la sua opera potrà arricchire la percezione della scienza di coloro che la vedranno.

Un acceleratore di particelle è un oggetto impegnativo per dimensioni, struttura, tipo di materiali. Ma sotto, dentro (o forse addirittura oltre) c’è un’idea che lo fa vivere. Ci racconti il percorso artistico che ti ha condotto a scoprire questa idea nel caso dell’acceleratore?

Sono partito dai dati che c’erano: lo spazio e l’acceleratore. Gli spazi del Dipartimento di Fisica sono relativamente nuovi, ma risentono di un ambiguo gusto anonimo, che li rende “X”, adatti per Povo come per una qualsiasi provincia italiana
L’unico aspetto che mi ha colpito è stata la copertura in vetro che corre dalla testa ai piedi dell’edificio; inizia appena più in là della strada, in prossimità dell’entrata, e si innerva nel corpo dell’edificio stesso, stringendolo al centro. È una linea, che accompagna docenti e studenti dall’ingresso fino alle loro lezioni, alla biblioteca, al bar. È un attraversamento e un punto di concentrazione. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto lavorare lì, nel raggio di quella percorrenza.
Trovo che le componenti dell’acceleratore conservino una bella dignità. Sono smontate, smembrate, appoggiate senza particolare attenzione “museale” sul pavimento del laboratorio. Eppure sono portatrici di qualcosa che non è ignorabile. Non sono un addetto ai lavori, ma, guardando quei pezzi, sono riuscito a immaginare l’acceleratore in funzione, a disegnarmi per un attimo i fasci delle particelle che lo percorrevano, i momenti di trepidazione per qualche esperimento, il fermento del lavoro scientifico.
Mi interessavano in particolare gli isolatori. Mi incuriosiva la loro forma, il peso, la matericità.
Una base fondamentale è stata anche un’immagine di Jury Chechi agli anelli. Dentro c’è il respiro di una complessione ineccepibile. C’è il gravare di un corpo, misurato e preciso. C’è controllo, eleganza, sospensione. Forza. C’è esposizione al vuoto e allo sguardo. C’è il pendere, l’aggettarsi. Ho capito subito che aveva tutto quello di cui il lavoro si doveva prendere cura.
Potrei dilungarmi ancora sulla fase di ricerca che ha portato all’elaborazione di un progetto definitivo, ma credo di aver esposto i punti più importanti. Da qui il percorso è stato consequenziale.

Leggo dal tuo progetto: “Il laboratorio (scientifico) è luogo di lavorio continuo, di movimentazione. È centro di studi, ricerche, esperimenti. Non è diverso dallo studio dell’artista”. Quindi hai visto un nesso tra scienza e arte. Che tipo di stimoli potrà dare l’allestimento della tua opera presso l’Università di Trento? In che senso questi stimoli possono arricchire la nostra concezione di scienza?

Tracciare un nesso o gettare un ponte tra l’arte e una qualsiasi altra disciplina è sempre allettante. Ma è altrettanto rischioso. Spesso i link e le connessioni ci sono, ma nel momento in cui si prova a identificarli con precisione e rielaborarli si cade nella scontatezza, nella gratuità. In una strana evidenza. Tutto diventa subito banale.
Credo succeda la stessa cosa di quando si cerca di parlare analiticamente del rapporto d’amore tra due persone. Alla fine dell’esame ci si ritrova con un senso di nausea e non si sa nemmeno più cosa si stesse cercando.
Più che il nesso, mi interessa allora il rapporto “amoroso” Scienza–Arte.
Penso che sia davvero interessante che l’università abbia affidato all’arte il suo acceleratore. Le ha dato la responsabilità di riattualizzare, di mostrare, di spingere avanti. Proprio come fa la scienza. Si è appellata al suo potere di pre-venire, di saper guardare oltre.
Mi piace pensare che le persone che si troveranno tutti i giorni sopra la testa questo lavoro, non potranno in qualche modo non ripensare all’acceleratore in termini diversi – forse anche estetici e formali.
E, forse, rivedendo e ripensando quegli isolatori, si ricorderanno di qualcosa che avevano letto in biblioteca su Scotoni, andranno a rileggersi una frase, se la porteranno dietro durante lezioni e workshop, la lasceranno maturare e si imbarcheranno nei meandri di una inesplorata ricerca.

I dettagli del concorso di idee e un video informativo sull’acceleratore sono disponibili sul sito web del Dipartimento di Fisica.