L’Università di Trento ospita il Comitato Nazionale per la Bioetica, foto: Giovanni Cavulli, archivio Università di Trento

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UN’IDEA DI BIOETICA: SENSIBILE E APERTA AL CONFRONTO

Il Comitato Nazionale per la Bioetica, ospite dell’Università di Trento, incontra studenti e cittadini

5 novembre 2014
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di Carlo Casonato
Professore ordinario della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica.

Il primo presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, professor Adriano Bompiani recentemente scomparso, scriveva nel 2005: “Il Comitato deve restare sede scientifica, elevata ed imparziale della cultura bioetica, antenna sensibile verso i segnali della società (nazionale ed internazionale), luogo indipendente di riflessione pluridisciplinare. Sede di riflessione aperta alle più ampie collaborazioni con tutte quelle intelligenze ed esperienze che possono apportare stimoli alla cultura bioetica.”

Tali parole, a distanza di quasi dieci anni, conservano il loro valore nel tracciare in modo limpido ed efficace la direzione di apertura e confronto che deve avere la riflessione bioetica. Tali parole, inoltre, segnano una singolare sintonia con l’approccio al diritto e al biodiritto adottato dalla Facoltà di Giurisprudenza di Trento. Si tratta, in particolare, di sviluppare una forte sensibilità verso i mutamenti sociali, nei confronti dei quali il diritto deve aprirsi e di perseguire il confronto interdisciplinare, guardando ai diversi saperi e alle diverse competenze che coltivano le scienze della vita. Al tempo stesso occorre riconoscere e studiare gli ordinamenti giuridici degli altri Stati, oltre che dell’Unione Europea e della dimensione internazionale, nella consapevolezza che praticare la comparazione significa sviluppare la capacità, anche personale, di comprendere meglio noi stessi e il nostro sistema normativo attraverso e grazie al confronto con gli altri.

Queste sono le caratteristiche che fanno della bioetica e del biodiritto un campo di studio e di indagine particolarmente affascinante; reso ancora più attraente dal fatto che occuparsi di scienze della vita, di medicina e di biomedicina costringe gli studiosi, e noi giuristi in particolare, a sottoporre a verifica e nel caso ad abbandonare le categorie che si dimostrino superate o fittizie, come le procedure che si svelino un mero guscio vuoto. Occuparsi di scienze della vita impone di riscoprire quella che mi sembra la vocazione più autentica del diritto: l’attenzione ai diritti della persona, della singola persona, che sia uomo, donna, madre, bambino, anziano, vulnerabile, disabile.

Occuparsi di diritto in questi contesti significa, dunque, respingere le “logiche dell’azzeccagarbugli” per concentrarsi su un diritto concretamente orientato alla promozione del libero e pieno sviluppo della persona umana (come detta l’art. 3 della Costituzione). E significa respingere un “diritto freddo”, che si nasconde dietro categorie solo generali e astratte, per promuovere un “diritto caldo”, che sia in grado di riconoscere, garantire e promuovere gli ambiti di autonomia e di responsabilità di tutte le persone coinvolte, siano ricercatori, professionisti, malati.

Per testimoniare e trasmettere una idea del discorso bioetico e biogiuridico autenticamente sensibile, interdisciplinare e aperta al confronto con le posizioni più diverse, abbiamo pensato, all’interno del Comitato Nazionale per la Bioetica, di svolgere un incontro “sperimentale” con gli studenti dell’Ateneo di Trento, che si è tenuto lo scorso 23 ottobre, e, vista l’attenzione e l’intensità dimostrate, ci proponiamo di riproporre l’iniziativa anche in altre sedi universitarie.