Notte dei Ricercatori 2017, MUSE. Foto di Daniele Bresciani e Maurizio Bianchi.

Eventi

SICUREZZA E LIBERTÀ DI RELIGIONE

Uno spunto di riflessione durante la Notte dei Ricercatori

26 ottobre 2017
Versione stampabile
di Francesca Oliosi
Assegnista di ricerca in diritto ecclesiastico e canonico presso la Facoltà di Giurisprudenza.

Quando si parla di Islam e libertà religiosa da un lato, sicurezza e prevenzione del terrorismo dall’altro, è impossibile prescindere da quella che, nel tempo, è diventata l'esigenza primaria per le organizzazioni islamiche e allo stesso tempo il nodo irrisolto intorno al quale molto si dibatte: il luogo di culto.

Se, infatti, con il radicarsi della popolazione islamica in Italia i problemi legati alla “sussistenza economica” si sono attenuati e il lento processo di integrazione multiculturale inizia a portare risultati, altrettanto non può dirsi per la garanzia del diritto fondamentale di libertà religiosa, che si concretizza anche nell'esercizio collettivo del culto e nel diritto a un luogo adeguato dove questo si esplica.

Le cause sono molte, di ordine sociologico e politico prima che giuridico. In primis il cosiddetto effetto NIMBY (acronimo inglese, significa “non nel mio giardino”), che vede nella scena pubblica gruppi auto-organizzati di cittadini, ma anche intere giunte comunali o associazioni o partiti, attivarsi per evitare che una data opera, la moschea, venga realizzata "nel proprio giardino", cioè nel proprio paese o nel proprio quartiere.

La sociologa Grace Davie aveva osservato come in Occidente la vera religione di maggioranza è quella delle persone impegnate in un “credere senza appartenere”: believing without belonging. Si crede nella divinità astrattamente intesa, ma non nelle istituzioni che la rappresentano sulla terra, né nella vita di comunità. Di recente, si può vedere anche un fenomeno specularmente opposto: belonging without believing. La religione tradizionalmente maggioritaria diventa simbolo dell’identità culturale anche da parte di persone che non credono, ma che sono cattoliche come declinazione della propria italianità.

Al di là del dato eminentemente sociologico, certamente anche la situazione politica nazionale e internazionale ha portato a sempre più frequenti azioni legislative locali (siano esse comunali, provinciali e soprattutto regionali) volte, di fatto, a mettere in discussione il contenuto autentico della libertà religiosa in favore di esigenze di sicurezza. Si è assistito nel corso degli anni a un crescendo di tensioni sul punto, con le Regioni (Lombardia, Veneto, Liguria) che da un lato cercano sempre più di limitare di fatto il diritto a un luogo di culto, e il Governo che dall'altro si attiva sempre più celermente per ricorrere al Giudice delle Leggi ritenendo illegittime tali statuizioni. Solo nell’ultimo anno, sono tre le sentenze della Corte Costituzionale su questo.

La situazione creatasi, tuttavia, è stata possibile e si è decisamente acuita per la passività del legislatore nazionale.  La materia degli edifici o luoghi di culto è per sua natura res mixtae per eccellenza, sospesa com'è tra tutela del fondamentale diritto di libertà religiosa (Costituzione) da un lato, e governo del territorio (normativa urbanistica) dall'altro, ma una norma statale unica e organica, come la tanto auspicata Legge generale sulla libertà religiosa, avrebbe evitato che “i pregiudizi” in certe Regioni diventassero vere e proprie “fonti di diritto”, vigenti per mesi prima delle pronunce di incostituzionalità da parte della Consulta.
I recenti fatti di cronaca e politica internazionale hanno inevitabilmente ridisegnato il delicato equilibrio tra esigenze di sicurezza e tutela delle libertà, in particolare quelle afferenti alla sfera religiosa di una determinata categoria di credenti,vista la rivendicata appartenenza di tutti i terroristi alla religione islamica.

Ma è in atto una radicalizzazione dell’Islam o un’islamizzazione del radicalismo? Roy ha osservato come non sia la religione islamica a registrare derive sempre più radicali, ma siano soggetti già di per sé radicalizzati e fuori dalla vita religiosa islamica - anche nella comunità locale - che si islamizzano per dare un significato ad atti che, probabilmente, avrebbero compiuto sotto altre egide ideologiche o religiose.
Spesso in momenti di paura, la popolazione e lo stesso legislatore sono disposti a rinunciare ampiamente a parte della propria libertà e a quella “degli altri”, per sentirsi garantita il più possibile una certa sicurezza. Eppure, con riferimento ai recentissimi fatti internazionali, è ben altro l'atteggiamento da assumere. Quanto più la Comunità islamica si sentirà accettata dalla società italiana, dal piccolo quartiere al legislatore nazionale, tanto più avverrà quel processo di introiettamento dei valori del Paese ospitante e di integrazione sociale, di per sé antitetico al radicalismo di qualsiasi matrice.

Certo, le esigenze sono tante e varie: salvaguardia dell’ordine pubblico, programmazione urbanistica, viabilità, sicurezza, trasparenza nella gestione degli edifici. Giungere a un bilanciamento con riferimento all'intera disciplina dei luoghi di culto non può prescindere dalla Costituzione e dai diritti fondamentali: perché il diritto al luogo di culto esiste, ma deve essere riaffermato, per il bene di tutti.
Lo “spettro del terrorismo” che si aggira per l'Europa potrà trovare un ostacolo reale proprio se il Vecchio Continente sarà in grado di decodificare la sua nuova composizione multicultu(r)ale, a partire da questo. Perché il sonno della Costituzione genera mostri, ma anche quello della religione, inteso come negazione alle minoranze religiose di tutta una serie di diritti al fine di garantire la sicurezza, non è da meno.

Il tema è stato trattato da Francesca Oliosi durante la Notte dei Ricercatori, il 29 settembre a Trento presso il MUSE,  nell’ambito dell’incontro “Ma la Moschea no…Tra sicurezza e libertà di religione: esiste un diritto al luogo di culto per l’Islam?”.