Immagine tratta dalla Locandina evento "La genesi delle autonomie speciali nell'Italia repubblicana"-15/12/17. 

Eventi

AUTONOMIE E REGIONALISMO IN ITALIA

Attualizzare le ragioni che spinsero i costituenti alla creazione delle autonomie speciali

22 gennaio 2018
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di Luigi Blanco
Professore del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università di Trento.

Che il regionalismo, e più in generale la cultura e la prassi dell’autonomia, non vivano nel nostro paese una stagione particolarmente esaltante è constatazione diffusa e abbastanza condivisa. Così come è risaputo che l’intera storia unitaria del nostro paese sia stata scandita dai moduli dell’accentramento amministrativo.

In presenza di questo quadro problematico e a settant’anni dalla previsione dell’Istituto Regionale e dall’introduzione delle regioni a statuto speciale nell’ordinamento costituzionale repubblicano, il Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale e la Fondazione Museo storico del Trentino hanno inteso proporre una riflessione storico-politica in grado di rivisitare e attualizzare le ragioni di fondo che spinsero i costituenti ad operare queste scelte. Articolata in tre momenti, rispettivamente dedicati alla genesi della specialità regionale, alla creazione della Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol e ai momenti decisivi della sua evoluzione statutaria e amministrativa, e infine allo stato delle autonomie locali in Italia, l’iniziativa vuole superare le ricorrenti e sterili polemiche sul regionalismo e sulle autonomie speciali in particolare, riportando la discussione su un più solido terreno di analisi storico-politica e storico-costituzionale.

Il primo incontro si è interrogato sulla genesi del regionalismo differenziato nell’esperienza repubblicana. Si sono confrontati alcuni esperti, in linea di massima storici delle istituzioni politiche e giuristi, sugli statuti delle regioni speciali che, come noto, sono state le prime ad essere istituite, molto prima delle Regioni a statuto ordinario, nonostante la previsione di queste ultime nel dettato costituzionale. Dagli interventi, che hanno riguardato gli statuti valdostano, siciliano, sardo e del Friuli-Venezia Giulia, è emerso con particolare chiarezza che la concessione degli statuti speciali non è stata il frutto di una riflessione complessiva sulle minoranze etnico-linguistiche in Italia, sulla situazione complicata dei nostri confini, settentrionale e soprattutto orientale, sulle difficili condizioni economiche di alcune aree del paese, bensì il risultato di situazioni contingenti.

Se si analizza la vicenda degli statuti speciali, non vi è dubbio che la concessione di autonomie speciali vada a premiare, prima ancora del varo dell’Assemblea Costituente, situazioni estremamente complicate dal punto di vista politico, militare, internazionale. I decreti legislativi luogotenenziali del 7 settembre 1945, che concedono alla Valle d’Aosta, abolendo la provincia di Aosta, prerogative autonomistiche (sfruttamento delle acque e delle miniere, erezione del territorio a zona franca) non sono altro che l’esito del radicato autonomismo resistenziale e dell’appoggio francese agli autonomisti valligiani che spingono i governi della transizione (Bonomi e Parri) alla promessa e alla concessione dei decreti di settembre. Le vicende siciliane sono ancora più esemplari: la precoce liberazione dell’isola pone immediatamente il problema dei rapporti con il governo monarchico, con il governo militare alleato e con la tradizione separatista o indipendentista siciliana (che ai tempi dell’Unità d’Italia si era manifestata nei confronti di Napoli); la nomina dell’Alto commissariato civile per la Sicilia, affiancato da una Giunta trasformata in Consulta regionale (28 dicembre 1944) portano all’elaborazione dello Statuto regionale che verrà approvato quasi senza discussione dalla Consulta Nazionale (4 aprile 1946; d.lg.lt. 15 maggio 1946) a causa delle preoccupazioni per il separatismo siciliano. Si potrebbe continuare con gli esempi relativi al Trentino-Alto Adige/Südtirol, caso al quale sarà dedicato il prossimo momento seminariale, o alla Sardegna, nella quale venne istituito per prima un Alto Commissario (27 gennaio 1944) e i cui rappresentanti continueranno a chiedere la concessione all’isola dello stesso Statuto siciliano (vedi il comunista Renzo Laconi), o la regione Friuli-Venezia Giulia la cui situazione peculiare per quanto concerne il confine orientale ma anche la plurale conformazione territoriale porterà alla concessione dello statuto solo due decenni più tardi.

Si tratta, pertanto, di tener presente, quando si ragiona sul regionalismo differenziato nella nostra esperienza repubblicana, la complessa e diversificata situazione della penisola che Claudio Pavone ha definito con l’icastica espressione «tre governi e due occupazioni». Da questa complessa situazione derivano anche le differenze tra i diversi statuti, a cominciare da quello che maggiormente esorbita da qualsiasi forma di Stato regionale (e anche federale) e che arriva a prevedere l’istituzione di un organo di giustizia costituzionale (Alta corte per la Regione siciliana) che tante contraddizioni produrrà in seguito in rapporto all’ordinamento generale dello Stato, nel quale, per vedere istituita la Corte costituzionale, bisognerà attendere il cosiddetto «disgelo costituzionale». 

Un ultimo interrogativo è emerso chiaramente nel corso del convegno e della discussione: sono state in grado le autonomie speciali, con le parole di Antonio Amorth scritte già nel 1945, di «provocare un contagio a tutta la compagine italiana»? La risposta è purtroppo negativa: l’esempio del regionalismo differenziato non è stato in grado di scalfire le ragioni del centralismo o di fornire esempi di imitazione alle altre regioni ordinarie.

Oggi, alla luce delle recenti consultazioni referendarie in Lombardia e in Veneto, e delle trattative che hanno avuto inizio e che vedono coinvolta anche la regione Emilia-Romagna, bisogna tornare ad interrogarsi sia sulla specialità (persistono ancora le ragioni che hanno portato nell’immediato secondo dopoguerra alla loro istituzione?) sia sul principio autonomista come criterio ispiratore dell’organizzazione dello Stato democratico. Non v’è dubbio infatti, come hanno provato anche le recenti celebrazioni del 150° anniversario della fondazione dello Stato unitario, che la tenuta territoriale del nostro paese desti qualche elemento di preoccupazione. La storica frammentazione territoriale e l’accentuazione odierna degli squilibri territoriali devono spingerci ad affrontare con nuovo spirito, e all’interno di cornici più ampie, i temi dell’ordinamento territoriale del potere locale e delle circoscrizioni amministrative.

Pochi anni fa il governo guidato da Mario Monti decise di istituire il Ministero per la coesione territoriale (scelta confermata dal governo Gentiloni) affidandolo ad uno studioso come Fabrizio Barca. Si sono prodotti testi e studi sulle cosiddette “aree interne”, ma ad essi non hanno fatto seguito politiche efficaci per affrontare e ridurre gli squilibri territoriali del nostro paese. Giova ricordare che proprio al tema degli squilibri territoriali era dedicato nel lontano 1962 il Convegno di Saint-Vincent nel corso del quale prese corpo e si concretizzò l’idea dell’Istituto superiore di scienze sociali da parte di Bruno Kessler, destinato a dar vita all’Università di Trento. 

Il 15 dicembre si è svolto l’incontro “Autonomie e regionalismo in Italia”, primo appuntamento del ciclo La genesi delle autonomie speciali nell’Italia repubblicana. Il ciclo, organizzato dalla Fondazione Museo storico del Trentino e dal Dipartimento di sociologia e ricerca sociale, prevede nel corso del 2018 altri due incontri, Per una storia del regionalismo in Trentino-Alto Adige/Südtirol e Riforme (e controriforme) dello Stato delle autonomie.