"Generazione ’68. Sociologia, Trento, il mondo". Foto di Francesca Rocchetti, archivio Fondazione Museo storico del Trentino

Eventi

PLURIVERSO SESSANTOTTO

I protagonisti della rivolta utopica

12 novembre 2018
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Gaspare Nevola
Professore presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università di Trento.

Il movimento del Sessantotto ha segnato per tutto il mondo una fase di profondo mutamento: un rivolgimento di equilibri stabilizzatisi progressivamente a partire dal secondo dopoguerra, l’espressione di una crisi di identità epocale. Una stagione di crisi che, ad esempio in Italia, vede combinarsi fine del boom economico e lotte politiche e sindacali, tensioni internazionali e guerre (fredde e calde), battaglie culturali e per i diritti civili, attori collettivi organizzati gerarchicamente o più “fluidi” e a “legame debole”, studenti di scuola e di università, cittadini in piazza. Comunque la si pensi, è anche da questa camaleontica stagione, da questo coacervo di soggetti individuali e collettivi, dalle loro imprese riuscite o fallite, che ha preso forma un mondo nuovo. Un mondo diverso da quello di oggi, che pure a suo modo lo ha incorporato. A distanza di mezzo secolo, il Sessantotto è un’eredità multicolore: un pluriverso, più che un universo. Un lavoro culturale di riappropriazione critica di quell’esperienza può aiutarci a comprendere anche dove siamo oggi.

Il Sessantotto è stato una stagione controversa già quando occupò la scena pubblica, e tale è rimasta. Hannah Arendt parlò di «rivolta mondiale», di un movimento caratterizzato «da una sorprendente volontà di agire e da una non meno sorprendente fiducia nella possibilità di cambiamento». Giorgio Amendola, all’epoca autorevole dirigente del PCI, apostrofò il movimento come «rigurgito d’infantilismo». A ciascuno il suo Sessantotto. Ma certo è che negli anni intorno al Sessantotto nel mondo studentesco e giovanile, e presso non pochi adulti, si irradia una specie di esaltazione utopica, rara nel XX secolo e più ancora negli ultimi decenni. Un’utopia nutrita tanto da rabbia per ingiustizie sociali, discriminazioni e guerre, quanto da candida credenza, oggi nemmeno immaginabile, che stesse nascendo una società nuova, che fosse possibile “fare la rivoluzione”, che un mondo migliore fosse davvero a portata di mano.
Se dovessimo sintetizzare con poche parole la cultura politica identificante la mobilitazione giovanile del Sessantotto sceglieremmo “rivoluzione” e “controcultura”, “contestazione” e “anti-autoritarismo”. In questa cultura politica si affastellano, gli uni accanto agli altri, antagonismo manifesto, fratture generazionali, cambiamenti nella sfera pubblica e in politica, nei valori e negli stili di vita.

Da qui rivolte studentesche, occupazioni, marce, scioperi, scontri con la polizia; ma anche liberazione della sessualità, emancipazione della donna e dei gay, liberazione dell’università, passione ecologica, contestazione dei genitori e delle autorità, delle leggi, dei valori e dei costumi del “mondo dei matusa”; e ancora: passione per il folklore e la musica “nuova”, per la poesia e la letteratura della Beat Generation, per gli allucinogeni, la psichedelia e l’orientalismo; interesse per la teologia della liberazione e il Concilio Vaticano II, critica dell’imperialismo e delle guerre, invenzione di una “nuova sinistra” (e poi di una “nuova destra”), sostegno a Praga, a Cuba o al Vietnam.

Ma chi erano questi giovani del Sessantotto, protagonisti di una sorta di “fronte internazionale”, che esprimevano o che credevano di condividere un idem vedere a Berkeley, San Francisco o Chicago, a Città del Messico o Buenos Aires, a Tokyo o Pechino, a Praga e Varsavia, a Berlino, Parigi, Torino e Milano, a Roma o a Trento? Erano la “generazione del boom economico”. Figli della “generazione eroica” del primo ‘900: di persone che avevano vissuto e sofferto le guerre, e che si erano rialzate. Erano, per lo più, ragazzi e ragazze che non avevano patito sofferenze, ma nemmeno assaporato l’eroismo permeato da grandi slanci ideali o affrontato grandi prove, come era accaduto ai loro genitori; giovani che avevano tutte quelle cose che i loro genitori non avevano avuto: benessere, istruzione, pace, democrazia, opportunità. Ma allora perché protestavano e si ribellavano? Anche qui, i giudizi dell’epoca, ma anche quelli storici, divergono. Per gran parte degli schieramenti ideologico-politici e culturali del tempo, per giornali e TV, erano dei “borghesi figli di papà”, fascisti o protofascisti, o dei “figli di Nietzsche”, snaturati e drogati, che volevano distruggere la Tradizione, oppure degli “emissari del capitalismo”. Giudizi taglienti di questo tenore, non sempre senza base politologica e sociologica, vennero, ad esempio, da un intellettuale scomodo come Pier Paolo Pasolini o da Habermas, allora rampollo della Scuola di Francoforte.

Per l’intellettualità che criticava la società capitalista e tecnodemocratica o per i democratici radical, i giovani del Sessantotto erano in rivolta contro “un mondo fermo”, paralizzato e disperato: il mondo della Guerra Fredda e dell’angoscia atomica. Altri contemporanei, invece, non sembravano neppure accorgersi che quei giovani, al passo di rivolte e utopie, stavano mettendo in scena un passaggio d’epoca e generazionale che avrebbe avuto effetti lunghi, anche quando imprevisti o perversi.

Sulla scia di Marcuse, tra i più lucidi e simpatetici interpreti di questa generazione è stato Roszak. In un suo ormai “classico” saggio dell’epoca, egli presenta l’esplosione del movimentismo sessantottino come espressione di una “frattura generazionale” e della “nascita di una controcultura”. Questa controcultura non si esauriva nell’onda idilliaca degli hippies o in quella più trasgressiva dei freaks, non era solo “figli dei fiori” e “mettete dei fiori nei vostri cannoni”. Vero è che essa non arriva ad esprimere la radicalità antropologico-filosofica dell’”uomo in rivolta” di Camus, tuttavia a suo modo assume forme e contenuti di una rivolta radicale contro la società tecnodemocratica, contro l’american way of life e i correlati valori che si spargevano in tutto l’Occidente. Nell’esplosione di questa rivolta lavora, spesso sotto-traccia, un contro-paradigma di vita, di ideali e rituali sociali che rifiuta quello dominante centrato su università, matrimonio, figli, carriera, pensione. I giovani del Sessantotto, alla fine, appaiono come una “strana” opposizione radicale a quel mondo “vecchio e ingiusto”, “rigido e chiuso” che pure li aveva cullati.

Non mancano buoni argomenti per criticare o sfumare simili letture sul Sessantotto, a maggior ragione col senno di poi. È però innegabile che il Sessantotto abbia dato voce a domande di partecipazione pubblica, a bisogni, rivendicazioni e ideali collettivi, originariamente studenteschi ma che presto si allargano a motivi di più ampia portata generazionale o si allacciano a contenuti più trasversali (femminismo, anti-conformismo, anti-autoritarismo, critica del “sistema” capitalistico, borghese, imperialistico).

Si è certo trattato di una cultura “volontaristica”, che premeva per un cambiamento “radicale” e che per realizzarlo, non va nascosto, è anche arrivata a fare del settarismo politico un suo tratto, abbinato a un estremismo ideologico che porterà una sua frangia alla deriva dell’estremismo armato. Ma alle spalle di questi estremismi e settarismi, non va nascosto neppure questo, protagoniste sono le piazze e le passioni che le attraversano. È in questo intreccio di ideali emancipativi e loro smottamento nel terrorismo dei gruppi organizzati che è racchiusa, in particolare, la cifra enigmatica del “lungo Sessantotto” italiano.

Il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Ateneo ospita fino al 15 dicembre 2018 la mostra "Generazione ’68. Sociologia, Trento, il mondo" promossa dalla Fondazione Museo storico del Trentino in collaborazione con l'Università di Trento e dedicata alla generazione del Sessantotto e al fermento degli anni Sessanta.