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QUANDO FARE SPORT PUÒ CAUSARE VALANGHE

L’importanza della prevenzione, la responsabilità civile e penale e gli strumenti normativi

8 gennaio 2019
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di Stefania Rossi
Assegnista di ricerca di Diritto penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento.

Il frequente rischio di provocare valanghe nell’esercizio di attività sportivo-ricreative in montagna è un tema di grande attualità nel corso di ogni stagione invernale. Le valanghe causate da scialpinisti, free riders ed escursionisti sono un fenomeno sempre più diffuso che risente della massiccia antropizzazione delle aree alpine libere, indotta da un marketing turistico che punta sulla pratica del fuoripista, per soddisfare le richieste di una clientela esigente e alla ricerca di forti emozioni. Gli effetti, peraltro, trascendono la dimensione naturale, comportando precise responsabilità in capo ad una serie di soggetti, pubblici e privati. Il tema è stato oggetto di un recente convegno, organizzato presso la Facoltà di Giurisprudenza di Trento, in cui sono stati delineati, con metodo interdisciplinare (sia sotto il profilo della prevenzione che delle conseguenze giuridiche), aspetti positivi e criticità legate all’esercizio di attività sportive ritenute pericolose perché svolte in area soggetta a pericolo di valanghe.

Per inquadrare correttamente i fattori che provocano le valanghe e le diverse tipologie di un distacco nevoso, è necessario prima di tutto soffermarsi sui fondamenti tecnici e, accanto a questi, considerare i dati statistici, utili a identificare le categorie più esposte al rischio valanga, la peculiare dinamica e la localizzazione degli incidenti. Infatti, secondo il diritto penale, per “valanga” non si intende qualsiasi scaricamento, ma solo quello che sia di notevoli dimensioni e manifesti una straordinaria potenza distruttiva per quantità di neve e per velocità di caduta, tale da porre in pericolo un numero indeterminato di persone. Occorre, in definitiva, che vi sia la potenziale lesione della “pubblica incolumità”.

Altrettanto importante, per poter attribuire una responsabilità in sede giudiziaria, è ricostruire il nesso causale che lega la condotta dello sportivo all’evento valanghivo e accertare se la verificazione del disastro è dipesa dalla violazione colposa di regole precauzionali. 

Il problema della causazione di valanghe nell’esercizio di tali pratiche sportive, al netto delle pesanti, conseguenze penali, si inserisce in una più ampia riflessione concernente l’autoresponsabilità del singolo che è tenuto a un adempimento fondamentale e non delegabile: quello di individuare i rischi in un contesto ambientale mutevole per adottare le più opportune misure atte a fronteggiarli.

Gli ambienti naturali dello sci fuori pista richiamano la libertà di azioni fondate sull’esperienza individuale, sulla trasmissione tecnica e culturale, sulla capacità personale. In proposito, l’analisi sull’evoluzione storica dello scialpinismo (ambito privilegiato della ricerca), evidenzia i rischi di una prassi sportiva ormai votata alla prestazione estrema e condizionata da attrezzature altamente performanti, che riducono la sensibilità, l’intuito e il senso della rinuncia, in molti casi realmente “salvifico”.

Per quanto riguarda l’ambito cognitivo-comportamentale, importanti ricerche patrocinate dall’Accademia della Montagna di Trentino-Trentino School of Management, confermano che la causazione di valanghe nell’esercizio di pratiche sportivo-ricreative si inserisce nel contesto della propensione al rischio del singolo e dell’incidenza di una corretta informazione su peculiari processi decisionali. Il fuoripista impone un alto livello di abilità e autoregolamentazione, ma la percezione del rischio è un giudizio altamente soggettivo, elaborato in funzione di molteplici variabili, che può essere deviato da errori, illusioni, sensazioni alterate, fino a tradursi in una irrazionale fiducia nella correttezza delle proprie valutazioni, che spinge il la persona a superare i propri limiti pur in presenza di evidenti pericoli (la cosiddetta overconfidence).

L’importanza dei contributi interdisciplinari, che hanno affiancato lo studio più prettamente giuridico del fenomeno valanghivo, si esprime nella necessità di assicurare un più alto livello di consapevolezza nell’interpretare le probabilità d’incidente e le potenziali conseguenze. Il problema sta nella comprensione di ciò che il pericolo di sinistri mortali significhi per gli utenti della montagna, sia in relazione ai diversi livelli di autoregolazione, che con riferimento ad attitudini al rischio inconsapevoli e irrazionali, e di come tale percezione possa essere positivamente orientata in ottica precauzionale, anche attraverso l’adozione di norme invariabili di comportamento o la predisposizione di una più opportuna regolamentazione delle discipline sportive coinvolte.

Il convegno “Prevenzione dei sinistri in area valanghiva. Attività sportive, aspetti normativo-regolamentari e gestione del rischio” si è svolto a novembre presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento, quale evento conclusivo di un progetto biennale di ricerca finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto (bando post doc. 2016). L’incontro di studio è stato curato dal professor Alessandro Melchionda, Ordinario di Diritto penale presso l’Università di Trento, e dalla dottoressa Stefania Rossi, con il patrocinio della Rivista di Diritto Sportivo-CONI (Giappichelli Editore). Il programma dei lavori si è svolto nell’arco di tre sessioni, nel corso delle quali si sono alternati importanti relatori, esponenti del mondo accademico, scientifico, delle forze dell’ordine, della magistratura, delle istituzioni locali.