San Pietroburgo, chiesa San Salvatore, fotolia.com

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Il sosia: un poema pietroburghese

Un incontro dedicato a Dostoevskij del ciclo “Teatro sotterraneo” nello spazio archeologico del Sas

8 aprile 2019
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di Adalgisa Mingati
Professoressa associata del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell'Università di Trento.

 

Il 1° febbraio 1846 la rivista pietroburghese “Annali patri” pubblica una delle opere più enigmatiche di Dostoevskij: Il sosia (in russo Dvojnik, letteralmente, “il doppio”). A differenza di Povera gente, il romanzo epistolare che, uscito nel gennaio di quello stesso anno, aveva suscitato l’entusiastico apprezzamento del pubblico e della critica, la seconda opera di Dostoevskij genera reazioni meno positive, tanto che il mancato successo giunge quasi a incrinare la fama di “futuro genio della letteratura russa” che il giovane scrittore si era guadagnato con il suo primo romanzo.

L’azione abbraccia quattro convulse giornate che hanno come scenario San Pietroburgo, la città fondata agli inizi del Settecento dallo zar Pietro il Grande sulle rive del Golfo di Finlandia e destinata a diventare la nuova capitale “europea”, nonché la sede della gigantesca macchina burocratica dell’Impero russo. Al centro della vicenda vi è il progressivo manifestarsi del disagio psichico del piccolo impiegato Jakov Petrovič Goljadkin, la cui esistenza angosciata sembra concentrarsi in una fantomatica lotta contro l’ostilità dei suoi altrettanto fantomatici nemici. Ma d’un tratto nelle brume pietroburghesi il “nemico” si materializza nella figura di un gemello, di un impiegato che porta il suo stesso nome, una vera e propria “copia” del nostro eroe. In men che non si dica l’ambizioso e scaltro Goljadkin-junior – così è chiamato nel testo il “nuovo” Goljadkin – si fa beffe di Goljadkin-senior, ne usurpa la posizione nell’ufficio dove presta servizio, si accattiva il favore dei suoi superiori e imbocca così la strada di una brillante e rapida carriera ai danni del Goljadkin “originale”.

Lo scrittore che a partire dalla seconda metà degli anni Trenta dell’Ottocento in Russia aveva dato lustro alla tradizione letteraria del piccolo impiegato era Nikolaj Gogol’. Gli inizi della carriera di Dostoevskij sono strettamente legati al mondo artistico del grande scrittore russo: lo rivela, tra l’altro, l’affermazione famosa, ma erroneamente attribuita a Dostoevskij, “Siamo tutti usciti dal Cappotto di Gogol’,” nella quale si fa riferimento al celebre racconto gogoliano. All’epoca in cui Dostoevskij scrive il Sosia, Gogol’ è uno scrittore molto imitato. La figura, da lui canonizzata, del povero impiegato che a causa delle proprie ambizioni di carriera frustrate impazzisce, era diventata tradizionale oggetto di più o meno originali riletture. Ma pur ispirandosi al fantastico gogoliano, nel Sosia Dostoevskij è lontano dal puro alogismo, dall’assurdo grottesco che caratterizza l’opera del suo grande predecessore e sembra invece scegliere un approccio narrativo nuovo, per certi aspetti psico-patologico, ovvero finalizzato a disegnare la genesi e lo sviluppo della malattia mentale.

Nella tradizione letteraria russa dell’Ottocento – e in parte anche del Novecento – i motivi di ascendenza romantica della follia e del doppio risultano strettamente legati al mito di Pietroburgo. Sin dalla sua fondazione la città ha assunto infatti un alto valore simbolico, dando vita a un complesso paradigma culturale dalle caratteristiche duplici, ora positive, ora negative. Disegnata nel pensiero del protagonista delle Memorie del sottosuolo come “la città più astratta e premeditata di tutta la sfera terrestre”, la capitale dell’Impero russo ha ispirato un’intera genìa di personaggi letterari condannati alla pazzia, tra i quali spiccano Evgenij nel Cavaliere di bronzo e Germann nella Donna di picche di Aleksandr Puškin, Popriščin, protagonista delle Memorie di un pazzo e Čartkov del Ritratto nei gogoliani “racconti di Pietroburgo” e, dello stesso Dostoevskij, il piccolo impiegato Vasja Šumkov di Un cuore debole. In questo contesto appaiono forse più chiare le ragioni che nel 1866 portarono Dostoevskij, in occasione del parziale rifacimento da cui scaturì la seconda redazione del testo del Sosia – quella che leggiamo oggi – a cambiarne il sottotitolo da Le avventure del signor Goljadkin in Poema pietroburghese.

La materializzazione del doppio è stata letta da molti come il sintomo di un grave disturbo dissociativo. Va tuttavia sottolineato come nel testo gli svariati incontri dell’impiegato con il suo sosia rimangano avvolti in una spessa coltre di ambiguità. Nella finzione narrativa gli altri personaggi – tutti tranne, inspiegabilmente, il servo Petruška – non sembrano notare nulla di strano, un espediente che in primo luogo contribuisce a mantenere alta la suspense. Ma la natura ambigua, per certi versi perturbante, delle apparizioni del sosia va messa in relazione anche con la complessa visione del reale che lo scrittore incarna e indaga nelle sue opere, tesa a portare alla luce i molteplici e contraddittori significati dei comportamenti umani e i loro spesso incomprensibili risvolti.

Nel tragico epilogo della vicenda, che ci viene presentato, ancora una volta, attraverso il prisma della visione allucinata dello stesso Goljadkin, il confine tra piano reale e mondo immaginario generato dalla coscienza del malato è definitivamente cancellato. Nella scena finale, tratteggiata nelle tinte fosche di un incubo agghiacciante, assistiamo alla “cattura” del povero impiegato che, ormai rassegnato, si lascia condurre dal suo medico in manicomio.

Il 13 marzo si è svolto nello spazio archeologico sotterraneo del Sas l’incontro "Il sosia" di Fedor Dostoevskij, presentato dalla professoressa Adalgisa Mingati con letture di Emanuele Cerra. Il ciclo di incontri Teatro sotterraneo, attraverso la discussione e la proposta di testi di epoche diverse da parte di docenti del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento e di attori della Stagione teatrale del Centro Culturale Santa Chiara, intende ricordare la continuità sostanziale di molti grandi temi o meccanismi della drammaturgia che conduce dal teatro antico alla scrittura contemporanea.