"Don Giovanni" di Molière, regia Alessandro Preziosi, foto Noemi Commendatore

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UN LIBERTINO RIBELLE CONVERTITO ALL’IPOCRISIA

Una riflessione sul "Don Giovanni" di Molière. Incontri a teatro con i docenti dell’Ateneo

18 marzo 2016
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di Sandra Pietrini
Docente di Storia del teatro e dello spettacolo presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell'Università di Trento.

Il Don Giovanni di Molière è comunemente rubricato fra le commedie, anche per i risvolti comici che contiene, anche se in realtà termina in modo tragico, con il protagonista trascinato all’inferno dalla statua del commendatore che ha ucciso. L’immaginario comune tende del resto a semplificare la pièce anche dal punto di vista della tematica, a causa del condizionamento del mito a cui Molière attinge e che rielabora. Don Juan è infatti prima di tutto una leggenda spagnola e una commedia di Tirso de Molina, El burlador de Sevilla y convidado de piedra, riproposto in due adattamenti italiani, in vari canovacci della commedia dell’arte e in due commedie francesi, composte rispettivamente nel 1659 e nel 1660 da due drammaturghi-attori (Dorimont e Villiers) con il titolo il Festin de pierr ou le Fils criminel. Evidentemente l’interesse del pubblico parigino era ritenuto un elemento su cui poter contare, tanto che un altro grande drammaturgo-attore, nonché regista ante litteram, come Molière, nel 1665 decise di riproporlo sulle scene parigine. 

Il protagonista rappresenta la figura del seduttore impenitente, che sfida la morale e inganna una moltitudine di donne (addirittura migliaia nella rivisitazione operistica di Mozart). Con il suo comportamento trasgressivo e privo di scrupoli, sfida la divinità stessa, insulta e disonora il proprio padre, bestemmia contro Dio e afferma di credere solo nella realtà materiale, conducendo una vita dedita unicamente al piacere. Non a caso, il filosofo esistenzialista Kirkegaard assumerà la figura di Don Giovanni come perfetto esempio di vita estetica, priva di finalità che non siano la ricerca del godimento immediato ed effimero. Una vita dunque votata allo spreco e al vuoto esistenziale. Secondo l’interpretazione moderna del mito, il protagonista è in perenne fuga da se stesso e la cifra fondamentale della sua personalità è l’insoddisfazione che la realizzazione di desideri puramente egoistici porta inevitabilmente con sé.  

La pièce di Molière contiene tuttavia anche dell’altro e Don Giovanni, pur rientrando fra i maniaci dominati da un’unica passione, come altri protagonisti delle commedie del drammaturgo francese (L’avaro, Il tartufo, Il misantropo, per citare solo i più noti), è un personaggio piuttosto sfaccettato: sprezzante e presuntuoso, è anche coraggioso e persino generoso, come dimostra l’episodio in cui accorre a difendere dai briganti alcuni sconosciuti, fra cui il fratello di Elvira, la donna che ha strappato al convento per poi abbandonarla. Ma l’aspetto più interessante del dramma, giustamente sottolineato dalla regia di Preziosi, è anche un altro: se nella prima parte della pièce il protagonista si ribella alle convenzioni del tempo, a partire da un certo momento decide, per puro opportunismo, di indossare la maschera dell’ipocrisia, fingendo di pentirsi della sua vita dissoluta. Ed è a quel punto che Sganarello, la sua spalla comica (che, ricordiamo, era interpretata da Molière), esclama indignato che la misura è colma, sebbene egli stesso non abbia la forza, né morale né materiale, di contrastare il suo padrone. Diventando un ipocrita, Don Giovanni tradisce le sole virtù dimostrate fino ad allora, perde ogni aura eroica di ribelle, e si adegua alla logica delle apparenze che prevale nella società dell’epoca di Luigi XIV. E di molte altre epoche, compresa la nostra. 

L’attualità del testo è forse da ricercare proprio in quest’ultima caduta del protagonista nel vile opportunismo dell’ipocrisia. Significativamente, la rappresentazione del Don Giovanni sostituì a Parigi quella del Tartufo, falso devoto e ipocrita per eccellenza, che era stato vietato con editto reale dopo che nel 1664 aveva suscitato una violenta polemica destinata a durare ben cinque anni. E sarà seguita dalla rappresentazione del Misantropo, la commedia forse più cupa e amara di Molière, il cui protagonista, Alceste, è totalmente schietto e avverso a ogni forma di ipocrisia, ma finisce per restare isolato, rinunciando alla donna che ama ed emarginandosi dalla società. C’è indubbiamente, in Molière, qualcosa dell’intransigente Alceste, i cui eccessi vengono comunque stigmatizzati come altre forme maniacali, e forse rappresentati in funzione catartica. Molière, deluso da una corte di cui necessitava comunque i favori, era del resto troppo intelligente per credere che dal vizio diffuso e meschino dell’ipocrisia si potesse guarire dichiarandosi nemici del mondo intero.

Il “Foyer della grande prosa”.
È andato in scena a Trento, a inizio marzo 2016, il Don Giovanni di Molière, con Alessandro Preziosi nel doppio ruolo di regista e attore protagonista. Allo spettacolo, giunto alla sua duecentesima replica, è stato dedicato un incontro del ciclo di approfondimenti critici sugli spettacoli denominato “Foyer della grande prosa”. Come di consueto, gli attori della compagnia si sono confrontati con un numeroso pubblico, composto di appassionati di teatro e studenti. Il Foyer, a cui partecipano vari docenti del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, è coordinato dalla professa Sandra Pietrini ed è frutto di una collaborazione fra l’Ateneo e il Centro Culturale Santa Chiara. È infatti un’iniziativa volta a rafforzare l’interazione fra l’Università e le istituzioni teatrali del territorio, avvicinando gli studenti alla storia dello spettacolo e contribuendo alla formazione critica del pubblico.