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Formazione

SIAMO TANTO DIVERSI DAGLI ALTRI ANIMALI?

Differenze di grado tra cultura, linguaggio e moralità

19 marzo 2018
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di Virginia Pallante
Collaboratrice di ricerca presso il Centro Interdipartimentale Mente/Cervello (CIMeC) dell’Università di Trento.

A quasi 160 anni dalla pubblicazione de L’origine delle specie, la definizione del rapporto tra l’uomo e gli altri animali oscilla ancora tra una visione di continuità evolutiva e una di rottura di tale continuità. Questa seconda visione tende ad affermare la posizione privilegiata della nostra specie e sottolinea le profonde differenze cognitive e comportamentali che ci distanziano dagli altri esseri viventi.

Ma la rivendicazione di questa unicità è scientificamente accettabile?

Se, come sostenuto da Charles Darwin, ciò che diversifica fra loro le specie animali, uomo incluso, è una differenza di grado e non di genere, è ragionevole aspettarci di incontrare tratti che immaginavamo essere esclusivamente umani anche negli altri animali. Da questo punto di vista, l’etologia ha avuto il merito di sfumare sempre più i rigidi confini entro i quali abbiamo a lungo pensato l’identità umana, suggerendo, attraverso l’analisi di comportamenti condivisi, la presenza di un substrato comune tra l’uomo e gli altri animali. Questa affinità tra specie diverse si manifesta in maniera particolarmente evidente se restringiamo il confronto ai soli primati. Tra i molteplici campi di indagine entro i quali abbiamo circoscritto l'identità umana, tre giocano un ruolo di particolare importanza: la cultura, il linguaggio e la moralità.

Cultura umana, cultura animale. La nozione di cultura è per gli antropologi culturali oggetto di dibattito e disaccordo a partire almeno dalla classica definizione che ne ha dato E.B. Tylor. A fronte di una tale complessità di indagine, la biologia ci offre invece una risposta più chiara e diretta, definendo concisamente la cultura come trasmissione di informazione attraverso il comportamento appreso. In accordo con questa definizione, le tradizioni culturali nell’ordine dei primati spaziano dalla costruzione e dall’utilizzo di strumenti per fini alimentari alle interazioni sociali affiliative. All’interno della stessa specie diverse comunità mostrano un proprio profilo culturale: strumenti diversi, modi di utilizzo diversi, interazioni diverse e uniche per ogni popolazione. Una delle prime osservazioni dell’utilizzo di strumenti viene attribuita a Erasmus Darwin, nonno di Charles, che nel 1794 descriveva un cebo cappuccino (Cebus capucinus) privo di denti rompere una noce con un sasso. Qualche secolo più tardi, l’utilizzo di pietre per rompere il guscio delle noci verrà ampiamente documentato in diverse comunità di cebi in natura e classificato come tradizione culturale.

Un linguaggio di suoni, un linguaggio di significati. Se nell’uomo il linguaggio viene classificato come sistema semantico nel quale le parole rappresentano pensieri o elementi della realtà, negli animali viene tradizionalmente considerato un sistema affettivo, le cui cause risiedono nell’espressione di un’emozione. Le osservazioni di R. Seyfarth e D. Cheney sulle vocalizzazioni dei cercopitechi (Cercopithecus aethiops) hanno contribuito tuttavia a ridiscutere questo concetto. I cercopitechi emettono gridi di allarme specifici in funzione del tipo di predatore: leopardo, aquila o serpente. A questi tre diversi richiami corrispondono tre diverse reazioni negli ascoltatori: al grido per il leopardo segue una fuga sugli alberi, al grido per l’aquila i cercopitechi alzano gli occhi verso il cielo, a quello per il serpente guardano invece verso l’erba e i cespugli. Quale significato hanno questi vocalizzi, ammesso che ne abbiano uno? Le proprietà di un sistema referenziale, come il nostro, e di un sistema affettivo, all’interno del quale vengono grossolanamente compresi tutti gli altri animali, sono distinte sul piano logico: esse possono essere diverse per i segnalatori e per gli ascoltatori. Sapere che un richiamo trasmette un’informazione specifica non rivela la potenziale natura affettiva del segnale, come sapere che la produzione di un richiamo emerge da uno stato emotivo non rivela la capacità del richiamo di trasmettere un’informazione. Se dunque è problematico affermare che le altre specie animali siano in possesso di un sistema linguistico, lo diventa altrettanto affermare che esse non ne siano in possesso.

La moralità tra natura e cultura. Le tendenze morali possono essere considerate come parte integrante della natura umana, un’innovazione culturale che sottendeuna scelta consapevole, oppure una conseguenza degli istinti sociali che condividiamo con gli altri animali, dunque il risultato dell’evoluzione della nostra socialità. Nel primo caso la moralità rappresenta un rivestimento culturale a copertura di una natura essenzialmente egoistica, a sostegno di un pensiero dualistico natura-cultura. Il secondo caso, sostenuto dal primatologo Frans de Waal, implica che l’uomo sia «naturalmente buono», ovvero che le radici della moralità abbiano origine dal punto di vista evolutivo in emozioni che condividiamo con gli altri animali. Quando lo stato emozionale di un individuo suscita uno stato analogo in un altro, assistiamo a un fenomeno di contagio emozionale, automatico, involontario e rapidissimo. Il grado successivo è l’empatia, che pur non potendo prescindere dal contagio emozionale, permette di riconoscere le circostanze che sottendono gli stati emotivi degli altri. Stadi più avanzati di empatia maturano da forme più elementari, che ci pongono in continuità evolutiva con le altre specie animali.

Dunque se la differenza è di grado e non di genere, possiamo definirci degli animali con qualcosa in più? Ogni specie possiede una propria specializzazione, ogni specie ha un proprio grado in più se confrontata con le altre. La categoria “altri animali” è dunque erronea in sé, dal momento che il confronto non è tra un “noi” e un “loro”, ma tra ognuno di quel “noi” che rappresenta una specie. Più corretto (e più umile) sarebbe parlare di culture, linguaggi, moralità al plurale.

Virgiania Pallante ha trattato il tema in un incontro che si è tenuto il 15 febbraio a Trento presso il Palazzo Paolo Prodi, all’interno del ciclo di seminari “Identità umana e robotica androide” organizzato dal corso di dottorato in Culture d’Europa. Ambienti, spazi, storie, arti, idee e dal Centro Studi e Ricerche “Antonio Rosmini” del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento. Responsabili scientifici i professori Carlo Brentari e Paolo Marangon.