©DragonImages | fotolia.com

Formazione

COME SI DEFINISCONO SALUTE E MALATTIA?

Nuovi contesti culturali e tecnologici mutano la loro percezione

16 aprile 2018
Versione stampabile
di Cinzia Piciocchi
professoressa presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento.

Salute e malattia si definiscono a vicenda, in modo tendenzialmente alternativo: mi sento sana quando non sono malata e viceversa. Diversi elementi, tuttavia, confluiscono in questa dicotomia, frammentandola, secondo percorsi complessi e talvolta inaspettati.

La definizione di malattia si compone innanzi tutto di una dimensione individuale: la mia sensazione di che cosa significhi essere malata ed il mio sentirmi tale, in cui si sommano diversi aspetti fisiologici, come la percezione del dolore diversa per ciascuno, e culturali, secondo la valenza che ognuno dà alla propria malattia. Su questa base personale interviene e influisce anche la dimensione collettiva, che riguarda ciò che il contesto sociale definisce come malattia e salute, sia dal punto di vista epidemiologico, sia nella concezione culturale di che cosa sia fisiologico o patologico e delle relative aspettative sociali che ne scaturiscono. Alla base di entrambe le dimensioni si pone naturalmente la medicina, che definisce quando si sia in presenza di una malattia, anche secondo valori-soglia (ad esempio i valori di colesterolo nel sangue), che pongono a confronto il concetto di malattia con quello di rischio e che possono anche mutare nel tempo.

Ci sono poi malattie che prescindono dallo stare male, ad esempio quando si prendono farmaci per potenziare prestazioni in assenza di alterazioni patologiche del proprio stato di salute, e malattie che sembrano perdurare anche dopo la guarigione, come le patologie mentali, che sono talvolta percepite come una sorta di condizione esistenziale, destinata ad accompagnare la persona e a stigmatizzarla anche oltre la conclusione del percorso terapeutico.

La società contemporanea, inoltre, deve confrontarsi anche con le nuove tecnologie, che possono aiutare nella prevenzione, ma che inevitabilmente influiscono su entrambi i versanti, individuale e collettivo, diventando ulteriori fattori potenziali di salute e di malattia. È il caso delle app della salute e dei dati raccolti su larga scala, che forniscono informazioni preziose, ma che richiedono anche la previsione di un contesto di regolamentazione e di una riflessione collettiva sul loro utilizzo, significato e portata.

Su queste tematiche si sono confrontati i relatori di un incontro a più voci, ciascuno nella prospettiva della propria professione, mossi però dalla volontà di individuare un tracciato comune, nella consapevolezza che su queste tematiche l’interdisciplinarietà non rappresenta un’opzione ma una necessità.

Solo a più voci, infatti, si possono interpretare i fenomeni che segnano mutamenti più ampi: si pensi ad esempio all’impatto sociale che ha avuto l’apparizione del virus da HIV e i diversi modi di affrontare questa patologia da parte di scienza, diritto e società, che si sono succeduti nel tempo. Solo secondo una prospettiva corale, inoltre, si possono comprendere il significato e la portata degli aggettivi che accompagnano concetti come “vita”, “salute” e “malattia” non solo nel dibattito bioetico ma anche, ad esempio, nelle pronunce dei giudici, in cui il riferimento alla sanctity of life va innanzi tutto compreso, prima ancora che interpretato.
Un’occasione preziosa di confronto e collaborazione.

Lo scorso 16 marzo si è tenuto, presso la Fondazione Bruno Kessler, il seminario di studio “L’essere umano tra salute, malattia e innovazioni”. In questa occasione hanno dialogato diverse competenze coinvolte sui temi della salute e della malattia: medica, giuridica, bioetica ed informatico/tecnologica. Il seminario si inserisce nell’ambito del Progetto Biodiritto, frutto della collaborazione tra la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento e la Fondazione Bruno Kessler (Centro per le Scienze Religiose e FBK per la salute).