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Formazione

Religioni dell’altro mondo?

Buddhismo e induismo tra filosofia, norme di condotta e rapporti con la politica

30 ottobre 2019
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di Erminia Camassa
Professoressa ordinaria in Diritto ecclesiastico presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento.

Cosa sono il buddhismo e l’induismo? È una domanda che ricorre ogni anno, durante il corso di Diritto comparato delle religioni frequentato da studenti e studentesse che, scegliendo questo corso, denotano un certo interesse per tali argomenti. Quando si fa cenno a due delle religioni più antiche e diffuse al mondo, si registra come davvero poco si conosca di queste straordinarie confessioni e di quanto sia scarsa la percezione sia della presenza su territorio nazionale che della loro diffusione tra i cittadini italiani.

Forse per la provenienza (remota e antichissima), forse per la collocazione geografica (lontana rispetto a tutto il Vecchio Continente), forse per tutte quelle categorie che o sono completamente differenti dalle religioni di tradizione occidentale o che semplicemente non esistono. Di fatto definire buddhismo e induismo non è facile: si tratta di religioni caratterizzate da filosofie complesse, all’interno delle quali si diramano diversi filoni, più o meno simili tra loro, a volte nettamente distinti, a volte contaminati.

Davvero poche sono le persone che saprebbero dire qualcosa di queste due religioni che vada oltre qualche luogo comune. Tra queste poche, c’è il professor Francesco Alicino, dell’Università LUM di Bari, uno dei più profondi conoscitori dell’argomento che lo scorso ottobre ha offerto agli studenti del corso di Diritto comparato delle religioni due seminari ricchi di nozioni e conoscenza, ma anche spunti di riflessione, curiosità e attualità.

Composti da una miriade di culture e filosofie, l’induismo e il buddhismo uniscono milioni di persone nel mondo, con una tendenza a estendersi sempre crescente. Basti dire dell’espansione silenziosa ed efficace della Soka Gakkai che, giunta nella nostra penisola negli anni Sessanta del secolo scorso, rappresenta oggigiorno la più numerosa organizzazione buddhista italiana.

Un successo solennemente sottolineato il 17 giugno 2015 dalla stipulazione di un’intesa con lo Stato che, a differenza di molte altre bozze di intesa pronte ma rimaste giacenti, è stata approvata dal Parlamento in un lasso di tempo davvero ristretto. Solo quattro anni prima ne erano state stipulate altre con l’Unione Buddhista Italiana, che raccoglie più di 40 organizzazione sparse su tutta la Penisola, e con l’Unione Induista Italiana. A dimostrazione del fatto che queste due religioni sono capaci non solo di resistere all’azione erosiva del tempo, ma anche di inter-agire con i più disparati contesti socio-culturali, compresi quelli di impronta laica e liberale, ma anche apicali e politici.

Come tutte le tradizioni religiose di successo, l’induismo e il buddhismo producono regole di condotta che, toccando i reconditi meccanismi della coscienza individuale, si dotano di una carica normativa tale da imporsi ai loro seguaci come una necessità, oltre che come una realtà profondissima quanto vera perché universale.

Per questi stessi motivi, queste religioni possono talvolta tramutarsi in potenti macchine di consenso popolare, con effetti non sempre edificanti. In India, ad esempio, il Bharatiya Janata Party (BJP) si è insinuato nei suoi ingranaggi, sfruttandoli per l’affermazione di una politica informata a un nazionalismo estremo.

Questo si basa sul concetto d’induità (hindutva) per cui la nazione è formata da un’anima storica, rispetto alla quale l’induismo rappresenta l’essenza eterna, il suo carattere intangibile e permanente. Affondando le radici nella madre terra (bharat-mata) del Subcontinente, l’hindutva si esprime oggi mediante l’ambizione del BJP, che la utilizza come supporto ideologico nella ricerca del successo elettorale e, di conseguenza, nella scalata ai vertici della potestà governativa.

Un obiettivo, questo, perseguito agendo su più fronti (da quello mediatico a quello sociale, da quello giudiziario a quello istituzionale) che trova nella religione, o meglio nell’interpretazione della tradizione cultural-religiosa, il denominatore comune che conduce nel mezzo di qualche verità universale. Il passato si attualizza e, attualizzandosi, innesca la creazione di nuove comunità epistemiche.

Non è mancato chi ha notato che, in fondo, si tratta di dinamiche ricorrenti, replicate e replicabili in diverse epoche storiche e latitudini: dallo stringere tra le mani un crocifisso all’affermare che tutti nasciamo in una casa indù e a queste sacre origini siamo chiamati a ritornare, è un attimo. Il che, d’altra parte, dimostra la grande malleabilità e versatilità che caratterizza nel bene e nel male molte religioni e molti rapporti tra il credo e la politica: chi si appoggia a chi, e quali saranno i risultati di questo sovranismo basato (anche) sulla religione e dilagante su scala mondiale, sarà la storia a raccontarlo.

Il 22 e 23 ottobre, nell’ambito del corso di Diritto comparato delle religioni tenuto dalla professoressa Erminia Camassa si sono svolti i seminari -“Il Buddhismo. Dottrina religiosa, pensiero filosofico e norme di condotta e “Il diritto indù nell’età dei diritti e dei sovranismi”. Il relatore dei seminari, organizzati dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Ateneo, è stato il professor Francesco Alicino della LUM Jean Monnet di Bari.