Lezione presso la Facoltà di Giurisprudenza. ©UniTrento – Ph. Alessio Coser

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L'identità furiosa e il diritto pubblico

di Fulvio Cortese

5 giugno 2023
Versione stampabile

Negli ultimi anni si assiste a un costante proliferare di polarizzazioni identitarie, individuali come collettive. È un fenomeno che rende particolarmente insidioso, oltre che poco fruttuoso, qualsiasi discorso pubblico, e che pare enfatizzare una sorta di mania diffusa, caratterizzata dalla ricerca autoreferenziale di occasioni di personale soddisfacimento e affermazione. Da un lato la tensione a realizzare se stessi in ogni contesto è spia di una graduale e storica valorizzazione dei diritti e delle libertà. Dall’altro essa è anche una forza che, in sinergia con altri fattori, può contribuire alla disgregazione di molteplici legami sociali. Questo contributo si interroga, in primo luogo, sui rapporti che si possono intravedere tra questo fenomeno e alcuni dei più importanti sviluppi dell’ordinamento giuridico e del diritto pubblico. In secondo luogo, auspica una rinnovata concezione della cittadinanza quale occasione pratica di socializzazione e riconoscimento civico e, con essi, di riaffermazione di una cornice condivisa di appartenenza.

Fulvio Cortese è professore presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Trento

Da pagg. 7- 62

Questo piccolo saggio si propone di sviluppare una riflessione sul seguente interrogativo: quanto e come il diritto pubblico risponde, oggi, al bisogno sempre più diffuso e pressante, individuale come collettivo, di affermazione dell’identità?
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Non c’è dubbio che, in tanti casi, la moltiplicazione delle diversità costituisce un alimento del pluralismo cui anche la Costituzione guarda come a uno dei valori fondativi e irrinunciabili. […]. Ma è altrettanto facile constatare che il dato sensibile, nella quotidianità delle esperienze che ciascuno può fare attorno al tema della diversità, non è un simile pluralismo, bensì la dissociazione che si crea nella coltivazione di identità che esigono riconoscimento solo sulla base di una percezione integralmente autoriferita.
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È una tendenza che riguarda qualunque discorso sull’identità, tanto che […] si potrebbe affermare che è stato il discorso che così si è formato sull’identità individuale […] a condizionare ed esaltare un pari discorso sull’identità territoriale, che, allo stesso modo, e sovente in forma reattiva rispetto ad una o più idee (rappresentate come antitetiche) di identità nazionale, tende a perdere ogni riferimento relazionale e collettivo (in base ai criteri di servizio cui allude il rinvio al buon andamento dell’art. 97, comma 2, Cost.) a favore di una dimensione volontaristica di pura autosufficienza e di correlata pretesa.
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Nell’articolatissima e variabilissima arena virtuale le nuove e sempre più numerose identità, desiderose di alimentarsi e riconoscersi, e di propagandare la propria istanza di riconoscimento, possono essere facilmente attratte […] in un ecosistema che non è pubblico o sociale nel senso più comune e afferrabile del termine (che viceversa coincide, per lo più, con il senso politico e giuridico). Così facendo, possono essere travolte da una sorta di sorprendente, e autocontraddittorio, oltre che tragicamente fallimentare, neobovarismo di ascendenza tipicamente borghese e narcisistica (o di altrettanto stupefacente occasionalismo romantico). […]. Tuttavia, il grado di soddisfazione immediata che queste opzioni garantiscono può alimentare o rafforzare forme ripetute e convergenti di secessionismo individuale e/o di gruppo, che, paradossalmente, oltre ad allontanare i soggetti interessati dal reale raggiungimento dell’obiettivo (tendendo ad appagarli dei propri autoreferenziali posizionamenti), finiscono comunque per accomunare i titolari delle nuove identità e i titolari delle vecchie (ossia, tutti gli altri) in un’unica, schiacciante identità, quella degli utenti di onnipotenti e multifunzionali piattaforme online.
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le tendenze e le tensioni che le pulsioni identitarie animano non vanno sottovalutate […], agiscono sui soggetti in modo ambiguo, contornando gli interessi cui essi possono aspirare di una malìa quanto mai ingannatrice e dispersiva, e trasformandoli in identità furiose, che o scappano “dal campo” delle qualificazioni giuridiche riconosciute dall’ordinamento, attratte in una dimensione che oscilla tra l’aspirazione ad una giuridicizzazione apertamente antisistemica e la pratica irrilevanza, o si nutrono di un’ambizione moltiplicatrice parimenti disaggregante e, al fine, controproducente.
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il furore dell’identità dialog[a] fin troppo efficacemente con una (analoga) crisi di identità dell’ordinamento: che è crisi dell’identità della forma di Stato e dei suoi capisaldi storici, innanzitutto; ma che, oltre a ciò, in una forma di Stato che mette al centro l’individuo-persona, è anche crisi dell’identità di questo individuo-persona, costretto ad essere pur sempre fit per tutte le qualificazioni giuridificate dei suoi bisogni di affermazione. Un’impresa, questa, pressoché impossibile e negatrice, a sua volta, di un’identità istituzionalmente riconoscibile.
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È l’ordinamento giuridico, nella sua proiezione statale, che è mutato da tempo e ha messo in dubbio sia il carattere istituzionalmente assorbente della sua capacità regolativa, sia le forme che permettevano a tale forza di esercitarsi in modo efficace e, soprattutto, di farsi veicolo di uno status altrettanto unitario e univoco per l’individuo o, meglio, per il soggetto di diritto.
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Ciò che si è verificato è, se così si può dire, un fenomeno di ampia, diffusa liberalizzazione delle situazioni giuridiche soggettive, sciolte dal vincolo di uno status civitatis che ne possa fungere da involucro predominante o agglutinante, e disseminate in cittadinanze plurime, settoriali e variamente (s)coordinate.
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In definitiva, nella transizione tra il XX e il XXI secolo possiamo constatare che il processo tipicamente post-moderno di divisione dell’io, già intravisto dal genio di Luigi Pirandello, si sta avverando in modo plastico anche sul piano giuridico, e che, quindi, anche oltre le strane vicende che avevano fornito lo spunto narrativo al grande scrittore e drammaturgo siciliano, la parabola esistenziale di Mattia Pascal può esistere davvero e, anzi, può essere rafforzata e spinta ulteriormente, e congiuntamente, in un proliferare incessante di traiettorie.
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Occorrono vie di riconoscimento, mezzi di concreto ed effettivo accoglimento sociale, di sintesi delle reciproche pulsioni identitarie; al di là, quindi, della pur fondamentale aspirazione di ciascuno a voler realizzare e possedere – come nello straordinario e immarcescibile scritto di Virginia Woolf sulla condizione femminile – una stanza tutta per sé.
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l’incrocio tra giudizio di ragionevolezza e teoria dei doveri ha fatto intravedere, nella giurisprudenza costituzionale, anche vie alternative, come è accaduto allorquando è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale della disciplina del servizio civile nazionale, nella parte in cui prevedeva la cittadinanza italiana come requisito di ammissione al servizio medesimo.
In quel caso uno dei più forti e tradizionali doveri del cittadino (la difesa della patria) è stato oggetto di un’interpretazione molto interessante, perché oggettivante, ossia perché focalizzata sull’idea che il modo di contribuire alla comunità e alla realizzazione dei suoi interessi non presupponga adesioni “di corpo” o “di sentimento”, ma vada misurato in concreto, in azioni sociali e di cooperazione solidale, «come un’opportunità di integrazione e di formazione alla cittadinanza».
Ben vengano, dunque, in partenza, le identità distanti; l’integrazione e la cittadinanza, che sono elementi essenziali e irrinunciabili in un ordinamento, non poggiano sulla sostituzione di un nuovo livello identitario in senso stretto, ma si muovono su di un altro piano, quello della condivisione oggettiva di attività rilevanti per la Repubblica, vale a dire per la cornice giuridica nella quale il riconoscimento pratico e socializzante delle identità può avvenire essenzialmente nella costruzione materiale di un’azione comune.     

Per gentile concessione di Mucchi editore.