Stefano Pelizzari. Foto Alessio Coser, archivio Università di Trento.

Internazionale

Studiare Dante alla Columbia University

Stefano Pelizzari, vincitore della Borsa di studio Dematté, proseguirà la sua ricerca a New York

10 maggio 2019
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di Mattia Lugarà
Studente di Filosofia dell’Università di Trento, collabora con la redazione di UnitrentoMag. Attualmente si trova all'Indian Institute of Technology Bombay di Mumbai. L'intervista è stata fatta online.

Stefano Pelizzari, neo-laureato in Filosofia dell’Università di Trento, partirà a settembre per portare avanti il suo progetto di ricerca sul pensiero dantesco alla Columbia University di New York.

Stefano, cosa ti porterà a svolgere le tue ricerche alla Columbia University?

Durante l’autunno del 2017 mi trovavo a New York per il mio progetto di ricerca tesi di laurea magistrale. C’erano già tutte le premesse che mi avrebbero permesso di tornare, ma ancora non lo sapevo. Stavo lavorando sul testo della Questio de aqua et terra di Dante Alighieri, il mio supervisore era il professor Achille Varzi del Dipartimento di Filosofia di Columbia e professore onorario e visiting dell’Università di Trento. Avevo avuto occasione di confrontarmi anche con la professoressa Teodolinda Barolini del Dipartimento di Italian Studies di Columbia. Ero alla ricerca di una borsa di studio che mi permettesse di tornare: mi trovavo davvero bene e sentivo che il mio lavoro di ricerca lì non era ancora finito. Ho cercato molto su Internet prima di imbattermi nel sito dell’Associazione Amici di Claudio Demattè che ogni anno bandisce una borsa di studio per finanziare un’esperienza di ricerca all’estero. Il bando a prima vista sembrava incentrato esclusivamente su temi di carattere economico-finanziario e non sembrava del tutto adatto a me, un filosofo medievista.
Così ho iniziato a chiedermi se Dante non potesse sorprendermi ancora una volta, in questo caso valorizzando la logica e i procedimenti formali che stavo trovando nei suoi testi anche dal punto di vista del ragionamento economico. Ho contattato il professor Michele Andreaus, presidente dell’Associazione e referente del bando, per avere qualche informazione in più; mi ha incoraggiato a presentare la mia domanda e da lì è andato tutto bene. Sono stato proprio io a ricevere la Borsa Demattè nel 2018.

Di cosa si occupa la tua ricerca?

La mia ricerca tratta del tema della logica in Dante, e cioè dello studio delle regole di ragionamento e di inferenza che il sommo poeta utilizzava quando adottava nelle sue opere un registro linguistico strettamente scientifico e dimostrativo, spesso in condizioni di incertezza strutturale. A quel tempo alla limitata conoscenza ricavata dai sensi si rendeva necessario unire un ragionamento rigoroso, che consentisse di uscire dall’indeterminatezza e di regolare nella maniera più sicura possibile il corso successivo della decisione e dell’azione. È Dante stesso che nel Convivio suggerisce che le dimostrazioni e le argomentazioni logiche possano essere concepite come dei veri e propri «occhi della mente», che consentono di accedere ad un piano di realtà più alto e di scorgere la luce della verità anche nei casi più ardui, andando al di là delle nebbie del dubbio e dell’incertezza. È un tema molto affascinante e quasi del tutto inesplorato, che si presta molto bene, soprattutto a partire da un’analisi di tipo formale, ad essere posto in relazione con alcuni interessanti sviluppi contemporanei in ambito di logica e di teoria della decisione in condizioni di incertezza. Ed è quanto mi propongo di approfondire e prendere in esame nel corso del mio progetto, che intende unire un’analisi di tipo storico e una prospettiva più teorica e contemporanea.

Qual è il tuo programma di ricerca a New York?

A New York il programma è quello di lavorare e approfondire i miei studi sotto la supervisione della professoressa Barolini e del professor Varzi, sfruttando al massimo le opportunità messe a disposizione dai Dipartimenti di Filosofia e di Italian Studies di Columbia. In particolare, come Visiting Scholar avrò l’opportunità di frequentare diversi corsi e seminari che rappresentano un’occasione ideale per approfondire i miei interessi di ricerca e per interagire con docenti e ricercatori provenienti da ambiti disciplinari diversi (letteratura, filosofia, logica matematica e teoria della decisione). Potrò inoltre usufruire delle risorse bibliografiche messe a disposizione dalla Butler Library, una delle biblioteche più fornite di tutti gli Stati Uniti e del mondo, e naturalmente delle strutture informatiche disponibili nel campus. Insomma, sono emozionato all’idea che potrò trovarmi in un ambiente così stimolante e in un luogo così ricco di possibilità, in una città che rappresenta per molti versi il centro del mondo. Il bello di una ricerca sperimentale come la mia è che si costruisce in itinere: non sai mai come si evolverà prima di intraprenderla e può essere ricca di scoperte e aperta a direzioni inaspettate.

Quanto è importante secondo te, per il curriculum di uno studente, in particolare di filosofia, svolgere un periodo di ricerca all’estero?

Le esperienze a carattere internazionale sono sempre più fondamentali, sia per gli studenti che per i ricercatori, e vanno sicuramente incoraggiate. La creazione di un network solido di conoscenze e collaborazioni, gli scambi di metodi e di scoperte tra comunità scientifiche assumono spesso un peso cruciale tanto per il progresso della ricerca quanto per il futuro lavorativo di chi vi è coinvolto. A tutto ciò, aggiungo che per un filosofo – o per il ‘lato filosofico’ di ognuno di noi – un’esperienza in un altro paese rappresenta un’occasione privilegiata per vivere un vero e proprio ‘cambiamento di sguardo’ e per confrontarsi con un diverso modo di guardare al mondo, alle persone, alle cose e perfino a se stessi: in una parola, insegna ad aprirsi a nuovi orizzonti di senso e a coltivare in un modo più profondo e creativo quel senso della possibilità che spesso nella nostra routine e nelle maglie strette della nostra società rischia di venire soffocato.