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Internazionale

La Cina vista dagli States

Una conferenza di Jeffrey N. Wasserstrom della University of California Irvine

12 giugno 2019
Versione stampabile
di Sofia Graziani
Ricercatrice del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento.

The truth about China is in our heads (J. K. Fairbank, China Perceived, 1976)

Sin dai primi anni Duemila, il governo cinese ha avviato una charm offensive, una campagna d’immagine tesa a promuovere la proiezione internazionale della Cina in termini economici, politici e culturali e a costruire il potere “soft” di Pechino. Con l’avvento al potere di Xi Jinping, abbiamo assistito a un incremento dell’attivismo diplomatico e all’espansione della Repubblica Popolare Cinese (RPC), come dimostra l’ambiziosa iniziativa strategica della Nuova Via della Seta volta ad ampliare la rete di scambi, comunicazioni e infrastrutture. Tali sviluppi sono il riflesso di un’accresciuta consapevolezza da parte della Cina del proprio ruolo nel mondo, ma anche di una precisa volontà dell’élite governativa cinese di influenzare l’agenda internazionale e di assumersi più responsabilità nella definizione e nella salvaguardia dell’ordine globale.

Sebbene negli ultimi anni la Cina abbia investito non poco nella costruzione della propria immagine all’estero, il mondo intorno appare confuso e perplesso (a tratti ostile) rispetto al progetto di espansione cinese. Gli Stati Uniti, in particolare, vedono la propria egemonia globale messa in discussione dall’ascesa del gigante asiatico. I nuovi dazi imposti alla Cina dagli USA e la graduale trasformazione della guerra commerciale in un conflitto tecnologico tra le due superpotenze hanno portato gli osservatori occidentali a parlare di una nuova guerra fredda. Al contempo, si è diffusa negli USA un’immagine della RPC quale potenziale minaccia all’identità e alla sicurezza americana che ha teso a sottolineare l’alterità della Cina rispetto a un’America ritenuta implicitamente superiore per i valori che incarna (democrazia, libertà individuale e libero mercato).

Oggi come ieri la nostra comprensione della Cina è fortemente influenzata da rappresentazioni simboliche. La Cina, come ogni geografia immaginativa, è stata a lungo rappresentata in maniera stereotipata come l’Altro, il diverso (passivo, esotico, dispotico, minaccioso) rispetto alla cultura europea. Tali rappresentazioni hanno impedito di comprendere la complessità della Cina e sono state funzionali a garantire il dominio dell'Occidente (E. Said). Come scrive Oliver Turner nel suo recente studio sulle rappresentazioni americane della Cina, “today,[] just like in the nineteenth century, the assumption remains that China should conform to the (superior) standards of Western civilization / oggi,[…] proprio come nel diciannovesimo secolo, si continua a presumere che la Cina debba adeguarsi ai (superiori) standard della civiltà occidentale” (American Images of China, 2014).

L’immagine della Cina che circola oggi presso certi ambienti americani non costituisce di per sé una novità. Se si guarda al passato, infatti, vediamo che una serie di stereotipi negativi è riemersa periodicamente nel corso della storia, intrecciandosi tuttavia con immagini positive che, in certi frangenti storici, hanno espresso la speranza che la Cina potesse convergere sul modello americano. Basti pensare a Fu Manchu che incarnava il cosiddetto “pericolo giallo” e, dunque, l’idea di una Cina potenzialmente pericolosa che si andò diffondendo negli USA a partire dalla fine dell’Ottocento, ma anche al detective Charlie Chan, un altro personaggio immaginario introdotto presso il pubblico americano nel 1923. Inoltre, importanti personalità della società e della politica cinesi della prima metà del Novecento sono state rappresentate in maniera positiva per aver in qualche modo assimilato lo stile di vita americano. Ne è un esempio Song Meiling, la moglie del presidente Chiang Kai-shek immortalata nel 1943 di fronte alla Casa Bianca insieme alla first lady Eleanor Roosevelt in quella che è diventata una delle fotografie più iconiche della storia dei rapporti sino-americani.

La vittoria comunista e la fondazione della RPC nel 1949 infransero la speranza di un avvicinamento della Cina ai valori della società americana. Le logiche della guerra fredda influenzarono profondamente la percezione e l’atteggiamento degli USA nei confronti della neonata RPC. La guerra di Corea (1950-1953) determinò una rottura totale nei rapporti della Cina popolare con l’Occidente ed ebbe conseguenze significative anche sul piano delle percezioni reciproche. Fu, infatti, soprattutto a seguito dell’entrata della RPC nel conflitto bellico che si diffusero l’anticomunismo e il disprezzo per la Cina presso l’opinione pubblica americana, mentre in Cina gli Stati Uniti vennero percepiti sempre di più come il nemico principale e come il simbolo di tutti i mali dell’imperialismo. La "Cina Rossa", negli anni Cinquanta e Sessanta, venne rappresentata dai media americani quasi unicamente come una minacciosa nazione di ‘automi’ comunisti che poneva una sfida all’identità e alla sicurezza americana. Per contro Taiwan, avamposto del sistema capitalistico occidentale in Asia Orientale, venne rappresentata come paese membro del "mondo libero".

Le cose iniziarono a cambiare una ventina di anni dopo, come conseguenza dell’avvio del disgelo sino-americano. L’ingresso della Cina nell’ONU (1971), la storica visita del Presidente Nixon in Cina (1972) e la successiva normalizzazione diplomatica posero le basi per lo sviluppo di intensi scambi sul piano politico, economico e culturale. Deng Xiaoping, il fautore della “politica di riforme e apertura al mondo esterno” (in cinese gaige kaifang zhengce) e dell’introduzione dei meccanismi di mercato nell’economia cinese, venne visto come un modernizzatore. La ‘Cina Rossa’ venne così ricostruita e le immagini di una terra e di un popolo nuovi, meno antagonisti, entrarono nell’immaginario collettivo americano. Ma la tragedia di Tiananmen del 1989 e, successivamente, l’ascesa della Cina a livello globale e il dibatto sul Beijing Consensus, avrebbero di fatto influito pesantemente sulla percezione americana, riportando periodicamente l’immagine di una Cina autocratica e minacciosa al centro della rappresentazione mediatica.

Lo scorso 21 maggio l’Università di Trento ha ospitato il professor Jeffrey N. Wasserstrom della University of California Irvine che ha tenuto una conferenza intitolata “American Images of China and Chinese Images of America, 1919 to 2019”. L’evento è stato organizzato dal Centro Alti Studi Umanistici (CeASUm), con il supporto del Centro Studi Martino Martini e il patrocinio della Scuola di Studi internazionali. Responsabile scientifica: Sofia Graziani.