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Internazionale

Europa, una storia di destini comuni

Conversazione con lo studioso Hans-Joachim Gehrke, ospite del Centro di Alti Studi Umanistici - CeASUm

8 gennaio 2020
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di Elena Franchi
Ricercatrice del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento; attualmente si interessa di federalismi nell'antichità, tema che ha studiato a Freiburg im Breisgau e a Münster.

Cosa unisce e cosa divide gli Europei? Come nasce l’idea stessa di Europa? Queste e altre domande sono state al centro della lezione tenuta lo scorso 21 novembre da Hans-Joachim Gehrke, invitato all’Università di Trento per inaugurare l’attività formativa 2019/2020 del Centro di Alti Studi Umanistici - CeASUm (coordinatore Maurizio Giangiulio). Professore emerito di Storia antica all’Università di Freiburg im Breisgau (Germania), Hans-Joachim Gehrke è stato direttore dell’Istituto Archeologico Germanico. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Professor Gehrke, Lei definisce l’Europa una comunità di destini: per quali ragioni? E cosa s’intende esattamente per ‘comunità di destini‘?

Un gruppo sociale di dimensioni variabili, come la nazione, può essere interpretato come comunità di destini se le persone che vi appartengono hanno vissuto per periodi piuttosto lunghi destini comuni o quantomeno molto simili; se, per esempio, hanno condiviso guerre e catastrofi, vittorie e sconfitte. Le esperienze che ne conseguono sono fortemente ancorate nella loro memoria collettiva.
A questo proposito è particolarmente caratterizzante − e rilevante proprio per l’Europa − che in occasione delle situazioni menzionate non si fosse sempre dalla stessa parte. Queste esperienze possono essere state condivise a partire da posizioni opposte, anche da avversari. In questo caso le persone hanno prospettive diverse, le quali si basano però su di un repertorio significativo di eventi ed esperienze comuni a tutti. 
Ciò si può osservare (e indagare) in particolar modo a proposito della storia italiana e di quella tedesca: qui numerosi stati e domini fondati su importanti tradizioni si sono fatti la guerra a lungo, si pensi a Milano e Venezia, alla Prussia e alla Sassonia. Eppure sono divenuti, alla fine, parte di una nazione. Oggi talora scherziamo su queste differenze, talaltra le appianiamo con una partita a calcio, ma è inconcepibile che conducano alla guerra. 

Come possiamo conciliare quest’idea della condivisione, implicata dal concetto di comunità di destini, con il dato storico delle numerose guerre che hanno lacerato l’Europa?

È proprio la storia dei nostri paesi a mostrare che nonostante le guerre può formarsi una comunità di destini. Determinante è soprattutto che il repertorio condiviso sia sufficientemente ampio e che i conflitti, anche quando laceranti, siano continuamente disinnescati attraverso soluzioni pacifiche. Che ciò sia stato e sia possibile anche in Europa è provato dalla pace di Westfalia del 1648, siglata a conclusione della terribile guerra dei 30 anni, un conflitto europeo di portata enorme. Ma è provato ancor più, nei paesi dell’UE, dalla pace decennale successiva agli orrori della Seconda Guerra mondiale: una pace dalla lunghezza inedita nella storia europea. 
Ed è la storia stessa a fornire un repertorio immenso di esperienze condivise, se la si concepisce non come la storia della nazione di turno bensì come la storia dell’Europa. Questa è la prospettiva più consona visto che l’Europa è più antica di quasi tutte le nazioni che comprende.

Qual è l’origine del nome Europa?

Dal punto di vista etimologico il nome ‘Europa’ viene connesso alla parola accadica [lingua dell’antica Mesopotamia. Ndr] ‘ereb‘, la quale indica il tramonto, vale a dire l’ovest oppure l’occidente, e sopravvive nella parola greca ‘erebos’ (terra) dell’oscurità. Si tratta tuttavia di un’etimologia incerta. Nella mitologia greca Europa è una principessa fenicia rapita da Zeus in forma di toro e condotta a Creta. Decisivo è, tuttavia, il fatto che sapienti greci di VI secolo abbiano definito l’Europa come una parte della terra e ne abbiano tracciato i confini prima in rapporto all’Asia, poi in rapporto all’Asia e alla Libia (ovvero all’Africa, in questa prospettiva). La demarcazione operata da costoro ha ancora oggi una sua incidenza in riferimento ai Dardanelli e al Bosforo.

Nonostante tutte le esperienze comuni gli Europei differiscono sul piano linguistico, e le numerose lingue ostacolano la comunicazione. Come hanno reagito gli Europei a tale impedimento?

L’Europa è sempre stata multilingue. Tanto per citare un esempio: nell’Impero romano esistevano due lingue ufficiali, il greco e il latino. Di norma esisteva una lingua franca, inizialmente soprattutto il latino, a periodi l’italiano (ancora oggi l’opera ne è testimone), poi il francese, infine l’inglese.
Ancor più importante è tuttavia che gli Europei, proprio in conseguenza del multilinguismo, abbiano imparato e promosso l’arte della traduzione; anche per questo sono sempre stati in grado di comprendere culture estranee. E persino l’intraducibile era più un invito a un rispetto speciale dell’altro e delle sue possibilità, non solo a livello linguistico. Il presidente francese Macron l’ha sottolineato icasticamente nel suo discorso alla Sorbona del settembre 2017. Ciò appartiene all’Europa nella sua pluralità: che essa sia una concordia discors (concordia discordante).

Lei sostiene che l’Europa è anche una comunità di discorso.

Fin dall’antichità gli individui − in particolare commercianti, artisti e intellettuali − si capivano nonostante le barriere linguistiche. I grandi concetti filosofici e le opere d’arte sono l’esito di uno scambio intensivo e di una comunicazione continua. Il dialogo ècontinuato nel tempo: gli Europei sono sempre stati in dialogo con l’antichità e gli uni con gli altri. Pensatori e artisti di diversi paesi si ispiravano a ciò che veniva insegnato e scritto, dipinto e musicato altrove. Proprio l’arte e la scienza sono internazionali, e in ciò sta un tratto comune del tutto peculiare dell’Europa: nello scambio tra soggetti di volta in volta diversi. In quanto a ciò il multilinguismo di cui si è detto è caratteristico.

In che misura l’eredità degli antichi ha giocato un ruolo nella costruzione di una comunità (di destini, di discorso e di conflitto) europea?

A questo proposito si potrebbero citare molti esempi, molti dei quali sono dati per scontati tanto che non li percepiamo nemmeno più come segni dell’eredità dell’antico. Un’eredità che si è trasformata ed è stata ripresa attraverso i secoli ponendo l’accento su aspetti di volta in volta diversi. Sono proprio questi processi a costituire le fondamenta del repertorio europeo condiviso.
Accanto alla filosofia e all’arte di cui si è già detto − si pensi solo al teatro − vorrei limitarmi qui a sottolineare due ambiti particolarmente rilevanti: per lo sviluppo delle scienze sono stati fondanti l’orientamento allo stupore e alle domande nonché la valorizzazione di una conoscenza indipendente e comprovata, cioè anche dimostrabile, in quanto tale. Queste scienze hanno trovato il loro posto nelle università, le quali sono un prodotto specifico della cultura europea. Nell'organizzazione sociale, politica e giuridica della convivenza umana, noi europei preferiamo ordinamenti che si basano sulla libertà e sull'autodeterminazione dei cittadini coinvolti, sullo stato di diritto e su un corrispondente controllo dei poteri statali. In questo senso, l'Europa si è ripetutamente ispirata agli ordinamenti delle comunità greche e romane. Ciò si riflette ancora oggi nelle città europee, che nel Medioevo, soprattutto a partire dall'Italia, si sono diffuse in tutto il continente e rendono visibile il patrimonio greco-romano a chiunque voglia riconoscerlo.

[Intervista e traduzione dal tedesco di Elena Franchi. In download il testo in lingua originale.]