Francesco Zimei ©UniTrento ph.Pierluigi Cattani Faggion

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La hit parade del Medioevo

Scoprire musica e parole di sette secoli fa, quando le melodie viaggiavano oralmente. È il progetto Erc di Francesco Zimei

11 marzo 2024
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Paola Siano
Ufficio Stampa e Relazioni esterne

C’erano una volta un re e una regina… e tutti gli altri? È questa la domanda che si è posto Francesco Zimei, professore di Musicologia e Storia della musica al Dipartimento di Lettere e Filosofia, e che ha dato il via alla sua ricerca sulle laude medioevali, componimenti principalmente religiosi e cantati in volgare. Un progetto finanziato dalla Commissione europea con un ERC Advanced Grant+. Si tratta del primo riconoscimento di questo tipo in musicologia ricevuto da uno studioso italiano.

Zimei è da sempre appassionato di musica antica e classica. Già all’età di due anni andava ai concerti a L’Aquila, la sua città. Gli spartiti erano per lui come libri delle fiabe. Un interesse che lo ha accompagnato per tutta la vita. L’obiettivo del suo progetto, dal titolo “Laudare”, è indagare il repertorio laudistico e capire come circolavano le informazioni quando i libri ancora non esistevano. Scoprire cosa accadeva in strada, fuori dal castello, e cosa ascoltavano le persone dell’epoca. Persone delle quali difficilmente c’è traccia nei documenti storici. Un lavoro che si occupa quindi della musica popolare del Medioevo, oggetto di difficile identificazione per il semplice fatto che i testi allora si tramandavano oralmente. Per risalire alla musica di sette secoli fa ci vorrebbe una macchina del tempo. In mancanza di questa, l’idea del docente è quella di studiare i componimenti laudistici in volgare, finora meno considerati dagli studiosi rispetto a quelli ufficiali. Considerarli come indicatori di cosa accadeva al tempo. In particolare il progetto si concentra sui canti prodotti tra il dodicesimo e il sedicesimo secolo, partendo dalla prima lauda di cui si ha traccia, quella attestata a Montecassino per arrivare alle soglie del Concilio di Trento. «Mi interessava capire quella zona lasciata in ombra dagli storici, che riguarda il popolo e la società», spiega Zimei. «Il Medioevo non è solo quello degli imperatori, dei re, dei papi e dei grandi affreschi. Bisogna tenere presente che la popolazione allora era quasi interamente analfabeta. Le informazioni circolavano oralmente. E spesso attraverso il canto. Molta poesia nasce così, attraverso componimenti che permettevano di appoggiare le parole alle melodie. Si utilizzava la stessa musica per testi diversi. E come anche le neuroscienze hanno confermato, il canto è uno degli strumenti più efficaci per memorizzare il contenuto delle parole». L’altra grande scommessa della ricerca è indagare il rapporto tra musica e poesia, due espressioni finora studiate come separate tra loro. «Oggi se ascoltiamo una canzone ci concentriamo sulla musica – ci dice Zimei – ma a quel tempo il canto non era una decorazione del testo. La musica aveva un valore funzionale rispetto al contenuto. Era come per noi la radio, uno strumento per veicolare l’informazione in funzione del testo».
«Io nel mio piccolo – prosegue il docente – avvierò dal prossimo anno un corso su musica e poesia, per provare a riconsiderare queste due straordinarie forme di espressione in modo combinato. Anche se sono arti tecnicamente indipendenti queste due arti funzionano meravigliosamente insieme e spesso l’una nasce perché c’è l’altra».
Catapultandoci nel Medioevo, immaginiamo giullari, cantastorie e membri delle confraternite che radunavano le persone per fare prediche, raccontare storie, fare propaganda, lanciare messaggi. Utilizzando la lingua volgare parlata dal popolo, e non il latino dei potenti e degli ecclesiastici. «Se riusciamo a raccogliere la tradizione manoscritta della lauda – sottolinea Zimei – possiamo capire quali erano le melodie più famose. Una specie di hit parade dei secoli considerati, collegando queste versioni laudistiche ai modelli originali su cui sono stati composti i canti». Per fare questo, la squadra di lavoro coordinata dal professore è all’opera per cercare documenti negli archivi inesplorati di tutta Italia. Il materiale raccolto sarà poi caricato su un enorme database, che sarà disponibile per altre ricerche future. Un motore di ricerca dove, inserendo una sequenza di note su un pentagramma digitale, sarà possibile risalire alla melodia originale, alla sua estensione geografica, sapere quanti canti sono derivati da quella stessa composizione. Un importante contributo a questo progetto arriva dall’intelligenza artificiale e dall’informatica. Competenze messe a disposizione dal Gran Sasso Science Institute, partner della ricerca. «Attraverso algoritmi si potranno fare confronti e analisi comparate dei materiali raccolti. Le melodie e i testi potranno essere combinati tra loro per arrivare alla semantica della laude».  Ma perché è importante studiare il repertorio laudistico? «Le fonti della musica antica che ci sono state maggiormente tramandate sono le compilazioni più prestigiose, quelle destinate a monarchi, pontefici, grandi principi. Ma siamo sicuri che il contenuto di queste raccolte fosse quello che cantava il popolo? Questi erano repertori molto esclusivi, che nascevano all’interno del palazzo. Noi vogliamo sapere cosa cantava la gente».