Professor Andrea Leonardi, foto archivio Università di Trento

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GRANDE GUERRA E TURISMO NELL’AREA ALPINA

Dal turismo di élite della Belle Époque alla riconversione di territori devastati dal conflitto. Conversazione con Andrea Leonardi

22 settembre 2014
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di Marinella Daidone
Lavora presso la Divisione Comunicazione ed Eventi dell’Università di Trento.

Ricorre quest’anno il centesimo anniversario dall’inizio della Grande Guerra. L’influenza del conflitto sullo sviluppo del turismo nella regione alpina sono analizzati nel recente volume “Guerra e turismo nell’area di tensione della Prima guerra mondiale” uscito nella collana di studi del Touriseum, il Museo del Turismo di Merano. Il lavoro, curato da Patrick Gasser, Andrea Leonardi e Gunda Barth-Scalmani, è frutto della collaborazione tra lo stesso Touriseum e gli atenei di Trento e Innsbruck.
Ne abbiamo parlato con Andrea Leonardi, professore ordinario di Storia economica presso il Dipartimento di Economia e Management dell'Università di Trento.

Professor Leonardi, cosa comportò lo scoppio della Grande Guerra per la vocazione turistica dell’area alpina?

Lo scoppio della guerra è stato un momento traumatico per il turismo. Era la fase di massima espansione del turismo d'élite nell’area alpina. Tale fenomeno aveva avuto una formidabile crescita durante gli anni della Belle Époque. Si trattava di un turismo caratterizzato da una movimentazione di persone con reddito elevato, che si spostavano anche su grandi distanze e rimanevano nei luoghi di destinazione turistica per lunghi periodi. Sembrava che nulla potesse ostacolare l'espansione di questo fenomeno che coinvolgeva aristocratici e membri di una borghesia in ascesa, ma anche intellettuali: pensiamo alla permanenza di Freud a Lavarone o di Mahler a Dobbiaco.
Anche se inizialmente non si percepì quale sarebbe stata la portata della guerra, una serie di elementi emersero già nell'estate del 1914. L’analisi che ho condotto sui dati raccolti dalla Commissione Centrale di statistica di Vienna (k.k. Statistische Zentralkommission), evidenzia un crollo dei flussi turistici già nell'estate del 1914, che aumentò in modo esponenziale durante il secondo anno di guerra. Poi i dati diventano incerti perché le agenzie statistiche avevano difficoltà a raccoglierli, considerato che le priorità dei paesi belligeranti erano di altra natura, finalizzate verso lo sforzo bellico. Tutto ciò che in qualche modo poteva ostacolare il raggiungimento della vittoria  veniva messo in subordine e contrastato. Anche il turista che giungeva dall'estero era guardato con diffidenza, come una potenziale spia, e pertanto era osteggiato.
C’erano inoltre altre difficoltà fra cui quelle legate agli approvigionamenti e al razionamento dei generi alimentari. Ciò risultava inconciliabile con le forniture di elevato profilo richieste da un turismo d’élite.

Quali conseguenze di lungo periodo ha prodotto il conflitto su questi territori?

4 anni e mezzo di guerra hanno fatto crollare i flussi turistici. I grandi alberghi furono trasformati in lazzaretti, in convalescenziari per i militari che tornavano dal fronte feriti. Nella zona di confine poi - quella di guerra guerreggiata - c'erano poli turistici con Hoteldörfer (albergopoli) di primissimo livello che furono praticamente rasi al suolo. Uno di questi è San Martino di Castrozza, che era un centro di eccellenza del turismo d'élite in mezzo alle Dolomiti. 
Ciò che cambiò dopo la guerra fu il target a cui il turismo alpino si rivolgeva tradizionalmente. 
Mutò radicalmente la geografia dell’Europa e gli Stati che raccolsero l’eredità della Monarchia asburgica si trovavano in condizioni precarie. Quella società che alimentava il flusso turistico nel periodo prebellico era scomparsa o aveva redditi tali che non consentivano la pratica di un turismo d’élite.
Gli operatori si rivolsero allora a un nuovo tipo di target: a un’utenza più popolare rispetto al periodo prebellico, organizzata per esempio dai dopo-lavoro. Persone che intendevano visitare i luoghi dove la guerra era stata combattuta per conoscere in maniera nuova la montagna.
Emerse la valorizzazione dei luoghi dove s’erano verificati scontri anche cruenti, dove erano caduti decine di migliaia di militari dei due eserciti contrapposti, dove si stavano realizzando ossari e monumentali cimiteri di guerra.
Si procedette anche alla riconversione a fini turistici di infrastrutture realizzate per fini bellici: dalle strade militari alle teleferiche, che poi sarebbero diventate seggiovie e funivie. Stessa cosa accade per alcune ferrovie come la Dobbiaco-Cortina, la Ora-Predazzo o la ferrovia della Val Gardena, realizzate durante la guerra e riconvertite ad uso civile. 

Il turismo era ed è anche oggi un settore vulnerabile?

Il turismo è un fenomeno che presenta diversi elementi di vulnerabilità e tra questi la guerra, o gli episodi di terrorismo, rappresentano i più drammatici. Si pensi agli effetti che hanno sul turismo non solo la guerra guerreggiata, ma anche le tensioni internazionali, o il succedersi di attentati. Oggi nessuno si sognerebbe di andare a visitare i siti archeologici della Siria. 
C’è poi una vulnerabilità legata alle crisi economiche, che hanno certamente dei riflessi sul turismo e su elementi come la destinazione e la durata del soggiorno. 

Lei è uno dei curatori del volume dedicato a “Guerra e turismo” pubblicato nella collana del Touriseum. Come è nato questo progetto?

Questo libro è il risultato di un lavoro avviato nel 2011 dal comitato scientifico del Touriseum, di cui faccio parte, e in cui sono rappresentate diverse Università dell’area alpina.
Anticipando le commemorazioni della Grande Guerra, abbiamo individuato un tema che non creasse elementi di frizione nella sensibilità di chi ha vissuto la guerra su due fronti contrapposti. In sintonia con la mission del Touriseum abbiamo scelto il tema: come la guerra ha cambiato il turismo. Su di esso è stato realizzato un convegno che si è svolto nel novembre 2013 a Merano preparato con la metodologia del call for paper. Fra le numerose proposte di relazioni pervenute ne abbiamo selezionate 16. Queste 16 relazioni sono state rivisitate dagli autori, a seguito del dibattito molto serrato svoltosi durante il convegno, proprio in funzione di questo volume. Esso contiene 2 saggi introduttivi dei curatori scientifici, uno della collega Gunda Barth Scalmani dell'Università di Innsbruck e uno mio, nonché 8 interventi in lingua tedesca e 8 in italiano. Uno degli 8 saggi in tedesco è di Patrick Gasser, terzo curatore volume e ricercatore del Touriseum, essa affronta sulla base di una documentazione di vasto raggio il cambiamento intervenuto nella città di cura di Merano (Kurstadt Meran) in seguito alla guerra.

Pensa che le collaborazioni transfrontaliere, in particolare nella zona dell’Euregio, possano essere rafforzate con effetti positivi per i soggetti coinvolti?

Questo tipo di collaborazioni transfrontaliere per me rappresentano una costante: collaboro da sempre con l'Università di Innsbruck e, da quando è nata, anche con quella di Bolzano
L'Università di Bolzano inoltre ha promosso un Centro di competenza per la storia regionale (Kompetenzzentrum für Regionalgeschichte) il cui comitato scientifico è composto da colleghi dell'Università di Innsbruck, Bolzano e Trento. Ritengo che tale centro rappresenti un elemento visibile della collaborazione all'interno dell'Euregio e un punto di riferimento per la ricerca di carattere storico. 
Attraverso questo centro per la storia regionale, che vede presenti docenti e ricercatori dei 3 atenei, abbiamo opportunità di ampio raggio per sviluppare crescenti collaborazioni sia in ambito scientifico che didattico.