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Ricerca

DA DUE A TRE SECONDI PER PERCEPIRE IL PRESENTE

Uno studio finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca condotto dal Melcher Active Perception Group del Centro Mente/Cervello dell’Ateneo

3 ottobre 2014
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di Nicla Panciera
Giornalista, collabora con il CIMeC dell'Università di Trento.

Cosa rende il presente diverso dal passato e dal futuro? Quanto dura il presente? Domande non banali per gli psicologi sperimentali che da sempre hanno tentato di comprendere come costruiamo il senso del tempo. Scoprire come percepiamo la successione di eventi che scandiscono la nostra giornata non è affatto semplice. Il nostro sistema percettivo non registra gli stimoli sensoriali come un elettrocardiogramma che ci restituisce il battito del nostro cuore sotto forma di una traccia continua sul monitor. Quello che accade invece è che all’interno di un intervallo di qualche centinaia di millisecondi le diverse informazioni in arrivo dall’esterno vengono integrate dal nostro cervello in un unico percetto, alla base di quello che chiamiamo il nostro “presente soggettivo”. Insomma, la sensazione di presente istantaneo cui ci riferiamo con l’espressione “qui e ora” (hic et nunc).
Ebbene, la finestra temporale necessaria per la ricostruzione dell’unitarietà delle immagini statiche e delle scene in continuo cambiamento, molto più simili al mondo reale, va dai due ai tre secondi. A dirlo è uno studio appena pubblicato sulla rivista PLoS ONE e condotto da un gruppo di ricercatori del Centro Interdipartimentale Mente/Cervello (CIMeC) dell’Università di Trento guidati dal professor David Melcher. 

«Una delle più evidenti, quanto misteriose, caratteristiche del flusso di coscienza è l’esistenza di un presente soggettivo integrato, che si stima duri all’incirca dai due ai tre secondi e che corrisponde all’impressione che abbiamo dell’istante presente, dell’adesso. Il nostro studio dimostra per la prima volta che un intervallo di integrazione di 2-3 secondi, già trovato in compiti più semplici, è ugualmente valido anche quando consideriamo complesse sequenze visive, come quelle dei film, più consistenti con la nostra esperienza del presente soggettivo dove tutto cambia in continuazione» ha spiegato il coordinatore del gruppo di ricerca (Active Perception Group) David Melcher.

Il mondo esterno, lungi dall’essere statico come può esserlo uno stimolo visivo normalmente usato in laboratorio, è in continua evoluzione e ci bombarda di stimoli di natura diversa, in particolare visivi, uditivi e tattili, in continuo cambiamento non solo spaziale ma anche quanto ad importanza e salienza per l’individuo. Questa complessità del reale e del suo fluire è facilmente ricreabile in laboratorio attraverso un’esperienza che noi tutti conosciamo, la visione di un film. In questa situazione, i soggetti, pur non muovendosi in prima persona, assistono a narrazioni che evolvono. 
Che cos’è l’ “adesso” di qualcosa che si sta sviluppando nel tempo? Per scoprirlo, i ricercatori si sono chiesti se anche in questo caso era valido il vincolo temporale dei 2-3 secondi necessario alla ricostruzione unitaria di una scena. In caso di risposta affermativa, tale intervallo non sarebbe una caratteristica di certi processi ma rifletterebbe un principio organizzativo generale, come già altri studi sembrerebbero suggerire, in particolare quelli condotti sul linguaggio in cui la percezione della segmentazione dell’eloquio che fluisce nel tempo influenza la nostra capacità di comprensione del messaggio, per la quale è necessaria l’integrazione di informazioni di natura diversa (semantiche, sintattiche e pragmatiche). 
I ricercatori hanno quindi mostrato ai soggetti delle sequenze di video privati di audio e decomposti in intervalli di durata diversa, da poche centinaia di millisecondi fino a molti secondi, in ordine casuale, per osservare fino a che punto l’integrazione dei video era possibile. 

«I film sono costituiti da singole inquadrature, tratti di pellicola montati in successione tra loro e separati da dei tagli. È interessante notare che la loro durata nei film di Hollywood, compresi i trailers e le sequenze di azione, tende ad essere in media proprio di 2-3 secondi. Dato che in genere le persone muovono gli occhi molte volte al secondo, anche la più breve delle inquadrature è molto più lunga del tempo di fissazione degli occhi mentre ad esempio leggiamo. Una possibilità, in linea con i nostri risultati, è che l’informazione dell’evento corrispondente alla nostra percezione di quello che sta accadendo “ora” sia accumulata su un periodo di qualche secondo, rendendo così la durata di 2-3 secondi delle clip nei film un compromesso ideale tra l’efficienza (mostrare quante più riprese possibili in un breve periodo di tempo) e la facilità di visione».

La ricerca è stata condotta all’interno del progetto “Costruzione dello spazio-tempo percettivo (Construction of perceptual space-time, CoPeST)”, della durata di 5 anni e finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca (ERC) con circa 1 milione di euro, che si occupa dello studio della nostra rappresentazione stabile e continua del mondo esterno. Il modo in cui il nostro cervello costruisce, a partire dalle informazioni sensoriali in entrata, l’esperienza dello spazio e del tempo rimane, infatti, uno dei grandi misteri delle scienze cognitive.