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EDUCARE ALLA DIFFERENZA

Spazi di vita per genitori e bambini in una prospettiva interculturale

15 gennaio 2015
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di Barbara Ongari
Docente di Psicologia clinica del ciclo di vita e Delegato per i servizi educativi e di supporto alla genitorialità dell'Ateneo.

Il workshop “Educare alla differenza” si è proposto di restituire alcuni dati salienti di una ricerca condotta da Francesca Decimo e Alessandra Gribaldo sugli stili di vita quotidiani e sulle rappresentazioni familiari di famiglie immigrate residenti in due regioni del Centro-Nord Italia. Con l’occasione  si è cercato anche di fare il punto sulle politiche e sulle iniziative presenti sul territorio trentino, dando voce ad alcuni  testimoni privilegiati, pubblici e privati, che da anni operano nell’ambito di azioni di integrazione interculturale. 

Nel corso di un confronto molto vivace, è emerso un numero sorprendente di iniziative sociali, alcune con caratteristiche fortemente innovative, per cui le persone e le famiglie migranti sono considerate come capitale sociale umano da valorizzare, più che soggetti destinatari di azioni inclusive.

Per quanto riguarda le politiche educative in ambito pre-scolastico, da anni sulla base del documento “Linee Guida Provinciali”, che fanno riferimento ad indicazioni ministeriali, sono stati effettuati interventi formativi a favore del personale che opera negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia. Queste iniziative sono finalizzate a far emergere i vissuti degli operatori educativi e ad accrescerne la competenza professionale, potenziando anche la disponibilità di strumenti mediali e multi-mediali per favorire percorsi di educazione al plurilinguismo. Inoltre vengono sistematicamente realizzati percorsi in cui è il contesto educativo nel suo insieme a proporsi come mediatore e quindi il ruolo del mediatore linguistico ha sostanzialmente una funzione di supporto.

Anche a livello comunale il quadro delle iniziative risulta articolato e continuamente in evoluzione, alla luce di un approccio sistemico relativo a tutta la popolazione infantile presente negli asili nido che, oltre a quella locale, riguarda una sessantina di altre nazionalità. Dal 2008 è stato avviato un progetto di educazione interculturale, che raccoglie una vasta gamma di proposte per adulti e bambini. quali ad esempio i “laboratori del fare” per i genitori, un nido di mille colori e lo sviluppo di approcci autobiografici tesi alla valorizzazione delle diverse appartenenze e identità culturali.

Dagli studi in ambito etno-psichiatrico, sappiamo che la migrazione rappresenta un detonatore di difficoltà non solo per la prima generazione di migranti, ma anche per la seconda.
Sono ormai numerose le ricerche, sia quantitative che qualitative, portate avanti in diversi paesi che hanno evidenziato nei bambini figli di migranti la presenza di una vulnerabilità specifica, non ascrivibile a una sintomatologia riportabile a quadri psicopatologici definiti. Tale vulnerabilità  risulta piuttosto legata alla condizione di vita reale dei genitori, che sono passati da un universo socio-culturale ad un altro. Si è visto che il trauma dei genitori rappresenta un contesto emotivo di crescita che rende questi bambini tendenzialmente più fragili; si tratta di un trauma legato alla scissione tra il mondo “dentro” la famiglia e il mondo “del fuori” e spesso alla situazione sociale ed economica precaria nel paese di arrivo, nonché alla discriminazione linguistica, culturale e degli stili di vita.,. A ciò si aggiungono fattori esterni, derivanti dalla discriminazione spesso presente nei luoghi di vita abituali, in rapporto al colore della pelle, alla lingua materna e alle abitudini culturali. 

La clinica trans-culturale si propone di rivedere continuamente i parametri teorici e gli strumenti di approccio al disagio specificamente legato alla migrazione, per evitare il rischio di generalizzare modalità di intervento accreditate nei paesi occidentali, che non tengono conto delle complessità derivanti da appartenenze ed identità culturali altre. La formazione del personale sanitario risulta fondamentale per la costruzione di dispositivi di ascolto e di presa in carico in grado di riconoscere le profonde simbologie che ogni cultura assegna ad eventi cruciali della vita, quali la nascita, la morte o la malattia, per non rischiare di inficiare l’efficacia stessa dell’intervento clinico che si vuole proporre. La sfida professionale consiste nel riuscire a mettere a punto modalità di intervento clinico e sociale che tengano conto delle diversità culturali.

Plurime risultano essere le direzioni progettuali in atto, da parte di molte istituzioni ed operatori, sostanzialmente tese alla valorizzazione delle competenze familiari delle famiglie migranti. Tra queste vi è la creazione di forme innovative di partecipazione alla vita dei servizi educativi dei figli, anche in sinergia con iniziative presenti sul territorio, con l’obiettivo di creare reti informali in cui le diverse pratiche inter-culturali diventino oggetto di scambio, di conoscenza, di intrecci, nel riconoscimento del significato costruttivo delle differenze. L’incrocio di saperi, di stili di vita e di rappresentazioni, come prodotto della rottura degli stereotipi, può realmente favorire nelle giovani generazioni un’apertura culturale in grado di favorire la convivenza, l’integrazione e la crescita della cittadinanza.

Il workshop "Educare alla differenza - Spazi di vita per genitori e bambini in una prospettiva interculturale", tenutosi il 28 novembre scorso, è stato promosso dal Centro Studi SMMS (Scenari Migratori e Mutamenti Sociali) del Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Trento.