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IL RAPPORTO TRA ADOLESCENTI E ALCOL

Un’indagine svolta in cinque città italiane. Ne parliamo con Carlo Buzzi, docente dell’Università di Trento e responsabile scientifico della ricerca

5 febbraio 2015
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di Cristiano Zanetti
Lavora presso la Divisione Comunicazione ed Eventi dell’Università di Trento.

Secondo quali modalità è possibile definire e interpretare il rapporto tra adolescenti e alcol? Per rispondere a questa domanda e per avere un parere autorevole su un fenomeno sempre più significativo per interpretare la società attuale, abbiamo intervistato Carlo Buzzi, professore ordinario di Sociologia presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento. Il professor Buzzi ha recentemente coordinato come direttore scientifico un’indagine effettuata dall’Osservatorio permanente sui Giovani e l’Alcol, dalla Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza e dall’Associazione Laboratorio Adolescenza su un campione di 1180 studenti di terza media residenti in cinque città metropolitane italiane (Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo). L’indagine ha permesso di stimare la diffusione di comportamenti, atteggiamenti e opinioni inerenti il consumo/abuso di bevande alcoliche tra i giovani e di approfondire le caratteristiche e i nessi relazionali del fenomeno.

Professor Buzzi, i risultati dell’indagine da voi svolta indicano che, per quanto riguarda la diffusione del bere, circa un terzo dei giovani non beve mai, una metà beve occasionalmente e un quinto beve abitualmente. Lo “sballo”, assieme alla motivazione del bere per “divertimento”, è visto da molti come un concetto positivo in una società in cui i giovani non trovano difficoltà a procurarsi alcolici. Questi esiti rappresentano un segnale di pericolosità reale del rapporto tra giovani e alcol oppure, alla luce degli elementi dell’indagine, possiamo ridimensionare il senso di allarme che questi dati sembrano comunicare e vedere il fenomeno come legato a “riti di passaggio” o ad altri fattori contingenti dell’età?

Non direi che il dato sulla diffusione del bere sia particolarmente preoccupante: la grande maggioranza dei giovani studenti di terza media lo fa occasionalmente. Certo il segnale ci induce ad alzare la guardia, tuttavia il fenomeno va letto nella sua multidimensionalità. La ricerca ha messo in luce come il bere sia molto spesso legato al momento dei pasti, dunque all'interno della tradizione alimentare nazionale. Ma c'è un altro aspetto che ci fa riflettere ed è come avviene il debutto: nella maggioranza dei casi il primo assaggio di bevande alcoliche è in presenza di genitori; i giovani, a volte anche in età molto precoce, bevono per la prima volta durante un pasto in concomitanza con un’occasione particolare come una festa o un compleanno. Da ciò deriva una sorta di “normalità” di approccio che ne stempera le valenze trasgressive.
Merita ovviamente maggiore attenzione quel quinto di bevitori abituali. Questi prevalentemente hanno iniziato non con i genitori ma con gli amici: lontani dal ruolo protettivo della famiglia il bere assume un significato diverso, certamente più trasgressivo. È l'abitualità e l'influenza del gruppo dei pari che favoriscono l'abuso. In questo caso le valenze assunte dallo “sballo” cominciano a differenziarsi: accanto a chi lo vive come rito di passaggio connesso all'età adolescenziale, abbiamo anche coloro che ne fanno un emblema di affrancamento e di autonomia. Si beve per “sentirsi grandi”. Tuttavia anche questi casi non devono essere eccessivamente enfatizzati. Quella dei 13-14 anni è un'età di transizione dalla preadolescenza all’adolescenza vera e propria dove i comportamenti esplorativi appaiono e scompaiono con grande velocità.

Tipologia del giovane bevitore (campione complessivo N = 1180; valori percentuali)

 Fonte: Osservatorio permanente Giovani e Alcol, 2014

Il questionario di indagine utilizzato comprendeva una lista di affermazioni sull’alcol e sul suo consumo allo scopo di evidenziare le conoscenze e gli atteggiamenti dei giovani adolescenti. L’affermazione in assoluto più condivisa è stata “L’alcol rende violenti” (80,4%) seguita da “Bere alcolici è sempre dannoso per la salute” (66,5%). Sono segnali positivi di radicamento di una presa di coscienza dei giovani, magari anche a seguito delle campagne informative o al ruolo della famiglia? Che peso possiamo dare all’efficacia dell’informazione preventiva pubblica e familiare sulla pericolosità del consumo di bevande alcoliche?

Oggi i giovani sono sempre più informati: ai canali tradizionali di trasmissione delle conoscenze si aggiungono le innumerevoli forme di comunicazione veicolate dai new media dove le informazioni assumono molteplici significati spesso divergenti se non contraddittori. Non stupisce pertanto che accanto ad affermazioni di “buon senso”, quali l'associazione tra alcol e aggressività, il ruolo negativo che il bere può avere sulla salute o sulla sicurezza stradale, convivano altre convinzioni “opposte”. La ricerca ha messo in luce tre modalità d'approccio che possono essere rintracciate all’interno della cultura giovanile nei confronti del consumo di bevande alcoliche: una posizione che coglie aspetti desiderabili (essere in gamba, il coraggio, gli amici, gli effetti psicotropi), una seconda posizione di tipo giustificazionista tesa non tanto a negare quanto a ridimensionare i giudizi negativi legati al consumo (la droga è più dannosa, la birra non fa così male, ubriacarsi non è grave se non è un’abitudine, bere poco non fa male), una terza che invece si pone in netto contrasto con qualsiasi forma di consumo anche moderato (violenza, pericolosità per la salute, connessione con le droghe, sgradevolezza). Da dove vengono queste diverse convinzioni? Difficile dirlo, probabilmente da quel mix informativo che domina il mondo della comunicazione attuale. Il ruolo educativo della famiglia ne esce però ridimensionato: che i genitori parlino o non parlino con i loro figli del bere alcolici sembra irrilevante sull’incidenza dei livelli di consumo e di abuso. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che, come abbiamo visto, l’aver iniziato alla presenza dei genitori sembra avere un effetto protettivo indiretto.

Accordo con alcune affermazioni per sesso (campione complessivo N = 1180; valori percentuali di accordo)

Fonte: Osservatorio permanente Giovani e Alcol, 2014

L’analisi dei dati dell’indagine rivela che il gruppo di amici è un veicolo verso l’abuso di alcol; rivela inoltre che esistono differenze di genere in alcune modalità di approccio all’alcol mentre in altre si hanno comportamenti di omologazione tra maschi e femmine. Come mai? Potrebbe essere utile approfondire alcune piste di indagine, ad esempio per quanto riguarda i messaggi o gli “slogan” veicolati dal gruppo in rapporto agli alcolici? 

La distanza tra maschi e femmine nel mondo giovanile si è sempre più ravvicinata. Oggi moltissimi comportamenti appaiono indifferenziati per genere. La ricerca ha messo in luce che “la cultura dello sballo”, originandosi nei gruppi dei pari, vede una sostanziale omologazione tra ragazzi e ragazze, anche se queste ultime mostrano livelli di frequenza del bere più ridotti dei coetanei. Un’ultima considerazione riguarda la necessità di cogliere meglio, nelle future ricerche, i meccanismi innescati dalla relazione con i pari: quanto le dinamiche del gruppo si sovrappongono ai valori e alle convinzioni personali? Quale ruolo hanno nel passaggio verso l’adolescenza? Quali sono i messaggi o gli “slogan” veicolati dal gruppo in rapporto agli alcolici? Quali i modelli e gli stili di riferimento? Quali altri comportamenti trasgressivi sono favoriti dal gruppo? Vi sono differenze fra coloro che sono inseriti in cerchie più ampie e chi invece ha pochi amici, magari uno solo? È possibile immaginare di non bere, ma continuare a fare parte ugualmente del gruppo che beve? Queste e altre domande dovrebbero essere indagate più a fondo magari anche con strumenti “qualitativi”.

I principali motivi che spingono un adolescente a bere alcolici (campione complessivo N = 1180; valori percentuali fino a tre risposte)

 Fonte: Osservatorio permanente Giovani e Alcol, 2014