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MODELLI DI BUSINESS E SOSTENIBILITÀ: DIBATTITO APERTO

Se n’è parlato al Dipartimento di Economia e Management insieme al professor Lee Parker della RMIT University di Melbourne

31 luglio 2015
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di Ericka Costa
Ricercatrice presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Trento.

Il tema della sostenibilità è oggi centrale negli studi e nelle pratiche di management. Le modalità con le quali le pratiche di business sono state concepite negli ultimi cinquant’anni vengono oggi fortemente messe in discussione sia sul piano scientifico che sul piano operativo, in quanto non più sostenibili nel lungo periodo. L’attenzione di tutte le aziende alle performance di lungo periodo sposta il focus su una dimensione multipla, non più orientata alla creazione di un beneficio economico in senso stretto, ma oggi sempre più legata a una molteplicità di fattori di carattere sociale e ambientale.

In questo particolare momento storico si stanno esplorando modelli di business alternativi a quelli che hanno contribuito al manifestarsi della recente crisi finanziaria, che siano in grado di coniugare un orientamento alla dimensione economica e uno alla dimensione sociale. In questo contesto ci si interroga sulla capacità o meno degli attuali sistemi di misurazione aziendale - il bilancio in primis – di catturare il valore di un’azienda. È per questo motivo che molti si chiedono: “Can accountant save the planet?” (Jane Gleeson-White, 2014; Koniuszewski, 2014). 
La necessità di ripensare agli attuali sistemi di misurazione contabile obbligherà le aziende a misurare non solo l’impatto economico del loro agire, ma anche quello sociale in senso lato. Alla “European Accounting Association Conference”, la più importante conferenza europea che si occupa di accounting/rendicontazione, nel 2013 un professore ha evidenziato come gli attuali sistemi di bilancio economico siano in grado di rappresentare circa il 30% del valore di un’azienda. E il restante valore? Come si può misurare il rimanente 70%? 

Molti sforzi e tentativi si stanno facendo in questa direzione, verso una rendicontazione sempre più allargata che consideri la dimensione economica come una tessera di un puzzle molto più complesso e articolato. Uno tra tutti è l’esempio di Puma, azienda leader a livello mondiale nella produzione di abbigliamento e scarpe sportive, che a partire dal 2009 si è interrogata circa l’impatto ambientale della loro produzione e ha presentato per la prima volta nel 2010 un Environmental Profit and Loss Account (EP&LA), ovvero un bilancio annuale nel quale veniva misurato l’impatto ambientale. Dal 2009, infatti, l’allora CEO Jochen Zeitz si era interrogato circa la necessità di fare un passo avanti verso la sostenibilità del business, una semplice attenzione all’ambiente attraverso la riduzione degli sprechi e il contenimento degli imballaggi non era più sufficiente. Puma si è quindi chiesta: quale sarebbe il valore dell’ambiente se dovessimo “pagare” il consumo di questo fattore produttivo alla pari di un altro fornitore? Grazie alla collaborazione con PriceWaterHouseCoopers [società di servizi professionali e di consulenza aziendale, ndr] è stato prodotto il primo EP&LA nel quale la valutazione economica dell’impatto ambientale pesava per 145 milioni di euro. Tale somma allo stato attuale non va a decurtare i profitti di Puma perché nessuna legislazione al momento prevede di “pagare” l’ambiente per l’aria e l’acqua inquinata, ma, se in futuro questa dovesse essere la direzione di qualche governo, il sistema contabile delle imprese verrebbe completamente messo in discussione. La valutazione in termini monetari dell’impatto ambientale di Puma ha permesso all’azienda di conoscere e acquisire consapevolezza circa i potenziali impatti negativi sull’ecosistema e ha posto le basi per un ripensamento complessivo sul modello economico attuale. I sistemi di misurazione che attualmente vengono impiegati dalle aziende sono stati disegnati durante la rivoluzione industriale più di 100 anni fa e non sono assolutamente in grado di cogliere il valore degli attuali sistemi economici, basati sul valore dell’intangibile e del sociale. 

Un ulteriore progetto che merita attenzione è il recente Integrated Reporting (IR) Framework (2014) promosso dall’IIRC International Integrated Reporting Council in collaborazione con lo IASB International Accounting Standard Board e che promuove l’utilizzo di one report: il bilancio integrato. Questo modello di bilancio declina al proprio interno non soltanto la dimensione economica e finanziaria (quella più tradizionale e maggiormente conosciuta), ma coniuga altri cinque capitali diversi e tuttavia complementari: manifatturiero, intellettuale, naturale, umano, sociale e relazionale.

Questi e altri tentativi si stanno facendo a livello globale per ridisegnare gli attuali sistemi di accounting e reporting al fine di promuovere un ripensamento dei modelli e delle metriche di valutazione che possano affiancare sistemi di gestione delle organizzazioni più sostenibili, più attenti a preservare le risorse attuali e non depauperarle per le generazioni future.

Il tema dell’articolo è stato al centro del workshop “Social and Environmental Accountability Research. Reflecting On Nearly Half a Century” tenuto da Lee Parker, della School of Accounting della RMIT University di Melbourne (Australia). Il workshop si è svolto lo scorso 17 luglio presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Ateneo (organizzatrice scientifica Ericka Costa).