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Formazione

CITTADINANZA: CHI È INCLUSO E CHI NO

Un dibattito che parte dalla Grecia antica ed è ancora estremamente attuale

8 marzo 2017
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di Fulvia de Luise
Professoressa associata presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento.

Che cosa ci spinge a indagare criteri e implicazioni dell’idea di cittadinanza in dialogo con gli antichi Greci? Che cosa può ancora insegnarci la loro esperienza della democrazia, così distante nel tempo e nei presupposti dai movimenti rivoluzionari della modernità che ancora riconosciamo come storia nostra, patrimonio politico inestimabile di cui siamo eredi? Benché non ci sia alcun rapporto evolutivo tra loro e noi, in termini di storia delle istituzioni, e benché sia da tempo superata l’inclinazione a considerare l’Atene "classica" un modello di perfezione politica, ciò che accadde per opera di Solone e Clistene, di Efialte e Pericle, e che fu sotto gli occhi di Socrate, Platone e Aristotele, ha per noi il fascino della novità assoluta: un esperimento dal vivo che non smette di provocarci, tanto per la sua audacia quanto per le sue contraddizioni. 

La questione della cittadinanza nasce con le poleis greche, nello scenario di un vuoto di sovranità e di un imponente fenomeno di migrazioni e colonizzazioni (IX-VII secolo a.C.), in cui, per la prima volta, la figura del cittadino viene definita, in un certo senso inventata, senza riferimento ad autorità precostituite, ma secondo le intenzioni costituenti di una comunità politica. Sulla base di questo fenomeno, Aristotele renderà conto, da scienziato, del potere che la città detiene sui suoi cittadini, legando in un unico ordine il corpo politico della città (politeuma), la sua costituzione (politeia) e le prerogative di azione in ambito pubblico spettanti a ciascuno in quanto cittadino (polites). La pluralità dei regimi è espressione assai ampia e variegata del dinamismo costituzionale che attraversa il mondo greco fino al IV secolo a.C.; ed è importante sottolineare che ciascuno di essi rappresenta una specifica forma di mediazione in tema di cittadinanza, poiché – sottolinea Aristotele - «non tutti si accordano nel riconoscere le stesse persone come cittadini: infatti chi lo è in una democrazia spesso non lo è in un’oligarchia» (Pol. III 1).

Il riconoscimento della cittadinanza caratterizza un ordine politico ed esprime la condivisione di un sistema della legalità, ma produce soprattutto un effetto identitario. Esso sancisce infatti la differenza tra chi è considerato parte di una comunità politica, con le implicazioni di tutela e di azione sociale che tale status rende accessibili, e chi, in quanto escluso dall’appartenenza, è considerato privo di identità politica. Tra i Greci, schiavi, donne e stranieri sono figure notoriamente escluse dal godimento della cittadinanza piena; e tuttavia la loro presenza, la loro integrazione nella vita sociale o quanto meno la necessità del loro contributo al sussistere della comunità politica, sono in qualche modo oggetto di attenzione e di riflessione nella città della democrazia. In realtà, il conflitto sul riconoscimento riguarda anche quei soggetti (maschi, adulti e liberi), cui la cittadinanza spetta, ma di cui si discute la facoltà o l’attitudine a partecipare alla gestione politica del bene comune. E qui scopriamo che proprio l’uguale appartenenza di soggetti collocati sui piani bassi della gerarchia sociale (nullatenenti e lavoratori manuali) è l’oggetto del contendere nell’esperienza della democrazia ateniese, che nasce e si sviluppa mantenendo vivo il conflitto sull’idea di uguaglianza, sul concetto stesso di isonomia, che è il cardine del sistema. Esso si attenuerà solo con la scomparsa del valore politico della cittadinanza.

Il confronto sul tema della cittadinanza tra antichi e moderni, tra antichi e noi, si mantiene ad alti livelli di interesse proprio perché evidenzia questioni irrisolte nella discussione ricorrente dei criteri per distinguere chi è cittadino e chi no; criteri che attribuiscono «facoltà» o «diritti», attraverso un’indubbia componente ideologica e una altrettanto chiara, ma non sempre esplicita, intenzione strategica. Dal mito dell’autoctonia degli Ateniesi ai dibattiti di Putney sulla rilevanza della proprietà per identificare il vero cittadino, dallo jus sanguinis allo jus soli, la questione della cittadinanza domanda di essere sciolta con un atto di consapevolezza politica: perché decidere dove passa il confine dell’inclusione non è solo l’atto costitutivo di una comunità, ma la dichiarazione della forma di giustizia di cui tale comunità si fa garante. Anche in un mondo come il nostro, dove molte frontiere sono divenute permeabili, ma la questione identitaria può riproporsi nelle forme più arcaiche e irriflesse dell’appartenenza, senza diventare oggetto di seria considerazione nel dibattito pubblico.

Il seminario “Cittadinanza: chi è incluso e chi no, per gli antichi e i moderni”, organizzato dal Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento - Corso di dottorato "Culture d’Europa. Ambienti, spazi, storie, arti, idee" si è svolto il 22 e 23 febbraio. Responsabile scientifico: Fulvia de Luise.