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Internazionale

LA RETE: GENERATORE DI CAMBIAMENTI SOCIALI?

Il ruolo dei social network nelle grandi aggregazioni, dalle #womeninmarch statunitensi alla Facebook Revolution egiziana

16 marzo 2017
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di Daniela Costantini
Lavora presso la Divisione Comunicazione ed Eventi dell’Università di Trento.

Teresa Shook, un’ex avvocatessa in pensione ritiratasi alle Hawaii, la notte in cui Donald Trump è stato eletto presidente, ha voluto condividere la sua indignazione con altri e sulla pagina FB di un gruppo politico popolare ha scritto: “Credo che dovremmo marciare”. 
È nata così una delle più grandi manifestazioni contro un'elezione presidenziale, organizzata su Washington ma tenutasi in altre 673 città in tutto il mondo, con oltre due milioni di donne (e uomini) partecipanti. 
Ne abbiamo parlato con Mario Diani, sociologo e docente di Sociologia generale dell’Università di Trento.

Quali sono stati i fattori scatenanti di questa impressionante risposta da parte delle persone?
Penso che gli elementi in gioco siano stati molteplici, in primo luogo uno stato di shock rispetto ad un evento totalmente inaspettato, che molti soggetti percepiscono come pericoloso: non si è trattato di una semplice sconfitta di una candidata democratica a fronte di un repubblicano tradizionale. Tutta la campagna precedente alle elezioni presidenziali americane è stata caratterizzata da un’estrema violenza e aggressività verbale da parte di Trump, che modificava molti dei codici di linguaggio e di comportamento acquisiti da gran parte degli americani, ad esempio in materia di relazioni di genere. 
Un secondo fattore è rappresentato dalle tensioni interne che erano già in atto da qualche anno in molti stati degli USA, spesso legate alla conflittualità a base razziale e ai comportamenti violenti delle polizie locali. Infine, l’acuirsi dei livelli di mobilitazione che erano già attivi all’interno dello stesso Partito Democratico, dovuti alla candidatura di Sanders prima e, una volta sconfitto, alla candidatura della Clinton poi.

Quale ruolo hanno i social network riguardo a questo tipo di movimenti sociali?
È difficile arrivare a conclusioni univoche: da un lato è innegabile il peso delle nuove tecnologie come strumento di comunicazione, ma non è certo che queste abbiano avuto un ruolo fondamentale per la nascita e la diffusione di un movimento di questo genere. In passato ci sono state manifestazioni di enorme portata, che hanno di gran lunga preceduto l’avvento dei social network (pensiamo ad esempio alle manifestazioni contro la guerra in Vietnam degli anni Sessanta). È evidente che questo tipo di strumenti facilitino e accelerino l’organizzazione di avvenimenti specifici come una singola dimostrazione. Credo tuttavia, in linea con analisti come Evgenij Morozov (sociologo di origine bielorussa esperto di nuovi media), che i SN abbiano un effetto di amplificazione, ma che non sostituiscano il ruolo di altre forme di organizzazione più tradizionali. I SN funzionano molto bene per la promozione di iniziative rapide e occasionali perché facilitano il coordinamento e la convergenza di persone che hanno subìto un forte shock emozionale, dovuto all’impatto di un avvenimento sconvolgente. Le campagne di azione collettiva di successo, però, sono quelle che hanno continuità nel tempo, che attivano meccanismi di costruzione della fiducia e che riescono a sviluppare forme di coordinamento strutturate su una prospettiva temporale più lunga, e scelte strategiche non gestibili esclusivamente in rete. 

Si potranno avere ripercussioni, o immaginare cambiamenti, a seguito di questo tipo di aggregazioni pacifiche spontanee?
All’interno della società americana, e non solo della sinistra, si sta sviluppando un intenso dibattito intorno al tema delle aggregazioni e ci sono ad oggi diverse questioni aperte.
La più evidente riguarda la loro rilevanza sul cambiamento: secondo la tesi di Theda Skocpol, docente di Sociologia ad Harvard, l’impatto delle grandi dimostrazioni occasionali, cui contribuisce senza dubbio la rete, è comparativamente minore rispetto a quello generato dal lavoro puntuale che viene svolto sul territorio. Ad esempio il famoso movimento del Tea Party, movimento politico schierato a difesa del libero mercato emerso negli USA nel 2009 attraverso una serie di proteste locali, che ha creato quasi mille comitati territoriali. Il Tea Party ha avuto successo grazie a una forma organizzativa ben coordinata, alla capacità di esercitare pressione su rappresentanti politici a vari livelli, e all’infiltrazione capillare del Partito Repubblicano. Per contro, le massicce manifestazioni del 2003 contro la guerra in Iraq, che attirarono milioni di persone in tutto l’Occidente, hanno avuto invece un effetto sulle decisioni politiche estremamente modesto. 
Oggi dunque negli USA la tendenza sarebbe quella di muoversi territorialmente, come hanno fatto con successo varie organizzazioni locali del Tea Party, facendo passare loro candidati in alternativa a quelli sostenuti dalla macchine del Partito Repubblicano. Va peraltro detto che sulle grandi scelte la destra si ricompatta più facilmente della sinistra. Come nota Skocpol, per quanto critici dell’establishment repubblicano, quando si tratta di contrapporsi a candidati democratici gli elettori repubblicani hanno pochi dubbi, mentre i movimenti di sinistra hanno storicamente dimostrato una propensione alla frammentazione più forte rispetto a quelli di destra. Sembra che questo sia accaduto anche con Hillary Clinton che, secondo vari osservatori, ha perso le elezioni perché quote cruciali di elettori hanno scelto di non votare.

Esiste un parallelismo con altri tipi di reti organizzative, tema di approfondimento delle sue ricerche?
I miei studi si concentrano su settori di organizzazioni di società civile attivi su temi di interesse pubblico, dall’ambiente ai diritti delle minoranze, a questioni di disuguaglianza sociale in aree urbane. La mia ultima ricerca si è svolta a Città del Capo, in collaborazione con alcuni colleghi locali: si tratta di un tipo di analisi che si fonda sulle relazioni reali, faccia-a-faccia, rispetto alle quali la rete appare uno strumento sussidiario. Un problema cruciale che, a mio parere, il web non risolve è relativo alla costruzione dei meccanismi di solidarietà e di fiducia basati sulla continuità. 
Il lavoro svolto sul territorio è una pre-condizione essenziale per poter sviluppare iniziative di lungo periodo: un esempio, che l’Africa vive proprio in questo momento, è una sfasatura tra una società civile molto attiva sulle tematiche locali e la difficoltà a costruire forze di opposizione nazionale. Questo non dipende dalla mancanza di comunicazioni, che comunque si diffondono in rete, ma dall’assenza di meccanismi di connessione e di costruzione sistematica di rapporti tra le organizzazioni che possano tradursi in un soggetto politico in grado di agire a livello nazionale. Questo dipende dal fatto che i network a livello locale si sono indeboliti perché le generazioni di attivisti precedenti sono state cooptate dal sistema di governo, cosa che è successa ad esempio al movimento anti-apartheid in Sudafrica.
Ed è ciò che è successo anche nel 2011 in Egitto, con la rivolta – soprannominata da alcuni Facebook revolution - che ha di fatto “mandato a casa” Mubarak: è indubbio che i social network abbiano giocato un ruolo importante nel breve periodo, rimane il fatto però che i soggetti politici che ne sono emersi, nel medio termine, non sono stati gli attivisti liberali che usavano Facebook, bensì i Fratelli Musulmani, organizzazione tradizionale, che ha militato sul territorio. 
Il dibattito è tuttora aperto, non possiamo escludere che tra qualche decennio la rete possa essere – di per sé – un generatore di cambiamenti sociali, la mia impressione è che rappresenti, in questa fase, un supporto alla militanza politica organizzata, e non un suo sostituto.