Internazionale

DALLA CRISI ECONOMICA ALLA CRISI DELLA DEMOCRAZIA

L’analisi del politologo Giorgio Galli, ospite dell’Università di Trento

12 aprile 2017
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di Gaspare Nevola
Professore ordinario di Scienza Politica presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento.

Oggi siamo di fronte a una duplice situazione di crisi che riguarda un po’ tutto il mondo e in particolare le nostre società cosiddette democratiche. Questa l’immagine diagnostica di sintesi sulla nostra epoca che ci ha consegnato Giorgio Galli nel suo ultimo libro Scacco alla superclass. La nuova oligarchia che governa il mondo e i metodi per limitarne lo strapotere, Mimesis 2016, scritto in collaborazione con il giurista Francesco Bochicchio. Una diagnosi dalla quale hanno preso le mosse le conversazioni che con piacere Galli ha voluto intrattenere con noi nei giorni della sua visita a Trento.

Una duplice crisi. Da un lato, una crisi economico-finanziaria, la più seria tra quelle seguite dopo la crisi del 1929, con effetti sociali pesanti sulle condizioni di vita di centinaia di milioni di persone, che ha accelerato la crescita delle diseguaglianze socio-economiche e politiche, dell’esclusione sociale a danno dei ceti medi e delle fasce più deboli della popolazione, anche nel ricco mondo occidentale. Dall’altro, una crisi politica che si manifesta in una molteplicità di fenomeni: primo fra tutti quello dell’aumento esponenziale, nel corso degli ultimi decenni, del tasso di astensionismo elettorale, laddove le elezioni sono il baricentro delle nostre democrazie rappresentative e, appunto, “elettorali”; ma anche un disorientamento dei valori e un processo di svuotamento del ruolo decisionale delle istituzioni politiche democratiche a favore della sfera economico-finanziaria, della sua logica di mercato e di quello che il sociologo britannico Colin Crouch ha recentemente definito “il potere dei giganti” economici, con la collaterale sostanziale perdita di peso politico del voto democratico dei cittadini, un tempo “popolo sovrano”. Tutto ciò all’interno dei singoli Stati-nazione e ancor di più a livello di Unione Europea o dei processi di allocazione delle risorse su scala globale. In questi, e in altri collegati fenomeni, possiamo intravedere l’”altra faccia”, quella critica, del successo economico e politico del neo-liberalismo inteso come ideologia (visione del mondo o cultura politica) e come modello di organizzazione/regolazione dei processi sociali e della nostra vita.

Questo è il quadro dentro il quale si colloca l’analisi di Galli, uno dei padri della scienza politica italiana dal secondo dopoguerra ad oggi, attento osservatore dei fenomeni politici, studioso ispirato da una “visione” di respiro dei problemi del mondo contemporaneo – un senso della visione dei fenomeni e dei problemi sempre più difficile da rintracciare nelle scienze sociali. Procedendo con un approccio interdisciplinare che accosta prospettive e strumenti di analisi politologici, sociologici, storiografici e di storia delle dottrine politiche, Galli ha elaborato una ricostruzione e una diagnosi riguardanti le tendenze e i mutamenti degli ultimi 70 anni nel mondo occidentale. Imperniata su questa analisi, Galli offre anche una proposta: un’idea sulla quale vale la pena riflettere nel tentativo di trovare rimedio alle condizioni di crisi in cui versano le nostre società e la loro struttura politica liberal-democratica. Galli fa sua quella tesi storiografica, presente negli studi politici, che periodizza le tendenze che hanno segnato il mondo occidentale dal secondo dopoguerra ad oggi distinguendo due principali fasi, quasi antitetiche tra loro. La prima, fino agli anni ’70, caratterizzata da un arricchimento dei diritti di cittadinanza e da un miglioramento del benessere anche delle fasce sociali più deboli (l’età del “compromesso social-democratico”). La seconda, che arriva ai nostri giorni, caratterizzata da un progressivo aumento delle diseguaglianze penalizzante il ceto medio e la vecchia classe politica (l’epoca del “trionfo del neo-liberalismo”), con la crisi economico-finanziaria esplosa nel 2007 che ha acuito questa situazione aggiungendo alla persistente diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza una diseguaglianza nella distribuzione dei “costi della crisi”, sul piano dei diritti e delle tutele, dell’occupazione, dei redditi e del benessere dei ceti medio-bassi.

È una diagnosi, questa, che Galli condivide, ad esempio, con Pizzorno (un altro “grande vecchio” delle scienze sociali italiane), il quale ha messo anche in rilievo come il regime politico dentro cui si è sviluppata la crisi socio-economica è quello della democrazia: anch’essa precipitata in una delicata crisi. A Pizzorno, che si chiede se vi sia un rapporto tra le due crisi, Galli risponde affermativamente, e ritengo con ragione.

Di solito, quando ci si interroga sui problemi più gravi o più urgenti dei nostri giorni, a svettare sugli altri sono, tipicamente, la disoccupazione, l’immigrazione, il deperimento dell’ambiente naturale, gli squilibri demografici planetari, la crescita economica, la disunione europea, l’offensiva “populista”, e via dicendo. Nella visione di Galli a preoccupare, e a monte di tutti gli altri problemi, oggi deve essere il crescente potere decisionale delle multinazionali. In altri termini, il trionfo di quel “capitalismo finanziario” già intravisto a inizio del ‘900 dal teorico social-democratico Rudolf Hilferding: quello che oggi chiamiamo “turbocapitalismo” (Edward Luttwak) o “capitalismo d’azzardo” (Susan Strange), che vede come protagonisti assoluti nei processi di allocazione delle risorse, materiali e immateriali, alcune imprese, banche, società finanziarie, organizzazioni e network internazionali, il cui potere, le cui azioni e il cui “capitale sociale” non sono sempre facilmente osservabili. D’altra parte oggi pare più difficile che mai negare il potere anche politico assunto da questi soggetti e che trova espressione, ad esempio, nelle attività di lobbying presso le istituzioni politiche, legislative ed esecutive, nella loro capacità di scegliere su scala mondiale dove localizzare i propri investimenti e produzioni e dove alimentare i propri mercati di consumo, optando per i regimi giuridici e fiscali più favorevoli. A ciò va aggiunta la crescente tendenza delle istituzioni democratiche ad “appaltare” molte delle loro attività e competenze ad organizzazioni private, che così diventano, anche per questo, soggetti pienamente coinvolti (non sempre in modo trasparente) nella definizione delle politiche pubbliche. Così le politiche pubbliche sono diventate sempre più sottoposte a finalità e logiche tipiche della produzione/distribuzione dei “beni privati” (liberalizzazione, privatizzazione, deregolamentazione, mercatizzazione), marginalizzando finalità e logiche tipiche dei “beni pubblici” o dei “beni comuni”. Come ha sintetizzato Crouch, i giganti dell’economia e della finanza «non sono più solo centri di pressione potenti, ma partecipano al processo politico dall’interno». Questo loro mutamento di status e di ruolo ha modificato in profondità significato e funzionamento del regime democratico.

Galli sviluppa questa analisi sottolineando che a trovarsi oggi in ginocchio è la stessa politica democratica, e i suoi interpreti istituzionali tradizionali, novecenteschi. Siamo ad un passo dal fallimento della democrazia rappresentativa, che dagli anni ’80 in poi non riesce più a mantenere le sue promesse e a perseguire le sue aspirazioni fondamentali: allargamento dei diritti, miglioramento delle condizioni di vita, sviluppo delle libertà, riduzione delle diseguaglianze, dignità umana e vita decente per tutti. 

Serio liberal-democratico, ma attento alle genuine ragioni del socialismo (democratico), Galli indica nel rafforzamento delle istituzioni della democrazia rappresentativa, oggi malandate, la cura per contribuire a rispondere alle promesse e aspirazioni democratiche, affinché la crisi economico-finanziaria e gli acuti problemi del modello neo-liberale non vedano come vittima sacrificale proprio la democrazia, i suoi principi e le sue pratiche di base: i cittadini sono detentori del potere legittimo chiamato a produrre decisioni collettive autoritative, valide erga omnes ed espressive dei valori costitutivi della democrazia; i cittadini, tramite il voto, delegano formalmente ai loro rappresentanti l’esercizio di questo potere. Ma i voti, oltre a contarsi, «hanno un peso», come ricordava tempo fa il politologo Rokkan. Oggi il “peso” del voto dei cittadini è molto debole (tecnicamente parliamo di “voto a bassa portata”), dato che esso porta alla composizione di istituzioni politiche (prime tra tutti i parlamenti o i consigli regionali o comunali) il cui potere decisionale effettivo si è via via affievolito sotto la pressione dei giganti economico-finanziari e più in generale dei gruppi privati di interesse. Nell’orizzonte politico di Galli, la democrazia rappresentativa resta imprescindibile. Da qui la sua proposta. Per trovare rimedio all’attuale crisi politico-democratica è necessaria una “mossa dall’alto”, che ridisegni meccanismi e canali della rappresentanza democratica: estendere e potenziare il voto dei cittadini prevedendo per essi il diritto ad eleggere una parte del consiglio di amministrazione delle multinazionali, poiché è questa oggi la sede in cui si esercita in ampia misura il potere decisionale e si definiscono i grandi indirizzi delle scelte pubbliche. Ritengo che questa “mossa dall’alto” da sola non basti. Deve essere accompagnata da una “mossa dal basso”: iniezioni nella democrazia rappresentativa di meccanismi di democrazia diretta e partecipativa, di democrazia territoriale e localizzata, secondo i principi della sussidiarietà, al fine di rivitalizzare l’impegno civico del cittadino. Nondimeno, la proposta di Galli deve sollecitare la riflessione del cittadino, delle forze politiche istituzionali e delle scienze sociali che oggi appaiono poco attrezzate, prive di idee in grado di guidare l’analisi della politica nei nostri giorni e di mettere a fuoco i problemi che sorgono quando grandi soggetti economico-finanziari e interessi privati entrano con peso determinante nel processo decisionale politico e autoritativo, sfigurando il significato e le pratiche di quel regime che continuiamo a chiamare democratico per pigrizia d’intelletto o per motivi forse anche peggiori.

Questa è la sfida lanciata dal giovanile novantenne Giorgio Galli. Al di là della praticabilità immediata della proposta, la sfida è rivolta alla nostra capacità di pensare e ripensare, in modo anche radicale, le istituzioni democratiche che ci governano. E a modificare i nostri quadri concettuali, prendendo in considerazione un’idea che implica la revisione dei “confini” tradizionali della politica: un’idea peraltro messa a punto già mezzo secolo fa da un politologo americano ingiustamente sottovalutato e troppo presto dimenticato. Lascio alla curiosità del lettore andare alla ricerca del nome di questo studioso. Come anche la lettura del libro di Galli e l’approfondimento dei temi e delle analisi che egli ha portato a Trento.